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Ci sono argomenti, riguardo alla vita di Cuba, che faccio fatica ad affrontare. Non è che li consideri tabù, niente affatto, è che mi risulta difficile crearmi un'opinione. Un chiaro esempio di uanto dico è l'assemblea dei dissidenti che si è svolta all'Habana nei giorni scorsi e tutto il contorno di espulsioni, censure, commenti e stupidaggini scritte e dette in giro per il mondo.
Di fronte ad argomenti di questo genere, quando si tratta di Cuba, è quasi impossibile capire dove sta il confine tra torto e ragione, chi sono i buoni e chi i cattivi. A distanza di qualche giorno dalla bagarre che ha accompagnato lo storico evento voglio provare a fare qualche schematica riflessione. Proviamo, ad esempio, a fare il gioco dei buoni e cattivi.
Buoni: Assemblea per la promozione della società civile. Ovvero, i dissidenti: un paio di centinaia, che si sono riuniti per la prima volta pubblicamente nella Capitale dell'isola. Guardiamo meglio. In realtà sotto questa sigla unitaria si mescolano decine di gruppuscoli dell'opposizione che rappresentano solo una minima parte delle correnti anticastriste dell'isola. La fetta maggioritaria, quella di matrice cattolica, convinta della necessità di trovare una via dolce e soprattutto non guidata dagli Stati Uniti verso la democrazia, a quell'assemblea non c'è voluta andare. Troppe strumentalizzazioni, hanno detto i promotori del documento per la democratizzazione di Cuba, troppe influenze americane, troppe divergenze su obiettivi e metodi per condurre l'isola fuori dalla dittatura. Non sono stati in molti a far notare quest'assenza sulla stampa occidentale, eppure è fondamentale per capire il clima che circondava quei duecento, molti dei quali reduci da anni di carcere e di persecuzioni. Però, tra i buoni senza macchia e senza paura proprio non riesco a metterli.
Proviamo con i giornalisti occidentali che sono stati espulsi.
Cavalieri dell'informazione a cui il crudele regime totalitarista ha imbavagliato bocche e computer e, non senza pesanti torture psicologiche per fargli scucire le preziose informazioni di cui erano in possesso, ha rispedito a casa con il marchio di indesiderati? Fosse così, sarebbero buoni senza ombra di dubbio. Ma: tutti i giornalisti rimandati a casa erano a Cuba senza essere accreditati all'evento. Mi chiedo se gli americani farebbero entrare, che ne so, a Guantanamo durante una protesta dei detenuti, un gruppo di giornalisti non scrupolosamente vagliati dal governo... mah!
Certo, le espulsioni non fanno mai bene all'immagine di un governo che voglia mostrarsi democratico, ma mi sorge spontaneo un dubbio, forse perché con i giornalisti tendo ad essere un po' cattivella... Non è che per caso un giornalista che si presenta all'Habana con visto turistico proprio nei giorni in cui c'è l'assemblea dei dissidenti stia forse cercando di provocare un'esplusione? Insinuo il dubbio e nei buoni non ce li metto.
Cattivi a questo punto resterebbero il tiranno Fidel e i suoi scagnozzi della Polizia politica.
In linea di massima non vedo motivi per non classificarli così. Ma penso che tutti meritino una possibilità e voglio guardare meglio. Allora vedo un dittatore un po' sui generis, ma pur sempre dittatore, che vede da vicino la fine di un'epoca (e di una vita, la sua) e sta cercando di correre ai ripari dallo sfacelo che potenzialmente si abbatterà sull'isola quando non ci sarà più lui a tirare le fila di ogni cosa. E allora fa degli esperimenti. Prende un manipolo di persone che lo odiano e che hanno anche diversi buoni motivi per farlo e, dopo avergli somministrato abbondanti dosi di carceri popolari e rieducazione comunista, decide che sono casi disperati e permette loro addirittura di riunirsi pubblicamente, con tanto di appoggio dal nemico giurato Bush. Un bel passo avanti, direi. Non sono molti i dissidenti cinesi, o americani, che sono riusciti a fare altrettanto.
E la polizia? Premetto che la polizia cubana non mi ispira alcuna simpatia. In genere sono arroganti ragazzetti ignoranti che usano la divisa come scudo per sfogare le proprie frustrazioni (ma non è così un po' ovunque?). Però c'è un altro livello di polizia, quello che non sta per strada a chiedere il "carné 'e identida' " a chiunque abbia una faccia che gli sta sui cosiddetti...
C'è la polizia politica. Una brutta cosa, ovunque essa sia. E' fatta da uomini generalmente istruiti, generalmente intelligenti e molto motivati. Sono quelli con cui si sono trovati ad avere a che fare i tanti giornalisti occidentali rimandati a casa in questi giorni. Cattivi senza ombra di dubbio? A sentire la giornalista di Repubblica Francesca Caferri, neppure troppo. L'hanno trattata con gentilezza, con l'ironia di chi sa che sfrecciare per l'Habana a sirene spiegate a bordo di una Lada piena di ruggine e dai pneumatici lisci fa un po' ridere e l'hanno anche invitata a tornare presto a Cuba, questa volta per turismo vero...
Sono sempre più confusa. Nemmeno gli espulsi riescono a definire cattivi i propri aguzzini? Cuba fa questi strani scherzi un po' a tutti. Alla fine, tra buoni e cattivi mi sa che le uniche ragioni potrebbero stare dalla parte di chi non ha parlato. Magari a qualche giornalista potrebbe venire il desiderio di andare ad ascoltare...
Cuba sceglie l'open source. Il governo caribeño ha infatti deciso di sostituire i sistemi operativi dei computer della pubblica amministrazione e di tutti gli enti statali e parastatali eliminando il "cattivo" Windows e passando al "rivoluzionario" Linux.
Cuba non è certo il primo paese al mondo che si accorge di poter risparmiare soldi e risorse scegliendo il pinguino, ma sta di fatto che il passaggio a Linux potrebbe essere per l'isola un salto notevole e potrebbe aprire la strada a una maggiore apertura nei confronti dell'informatizzazione.
Al contrario di quanto si pensa, comunque, a Cuba i computer sono piuttosto diffusi, anche a livello privato, mentre le vere difficoltà si accentrano sull'utilizzo di Internet come mezzo di comunicazione di massa.
D'altra parte, se pensiamo che una larga fetta della popolazione dell'isola non ha neppure una linea telefonica...
Oggi, dopo tanto tempo mi è capitata l'occasione di "lavorare" spiritualmente con una eccezionale spiritista cubana in visita da amici italiani. Premetto che sono santera e come tale credo profondamente nell'essenza spirituale di ogni cosa e nelle relazioni che ci legano ad ognuna di queste "essenze". Ma sono anche una persona con una formazione culturale laica e una certa familiarità con l'approccio "scientifico" agli eventi.
Ecco perché la pratica della santeria, con le sue nozioni "scientifiche" e il suo profondo naturalismo, non mi crea alcun tipo di disagio teoretico, per usare un termine un po' aulico. La pratica dello spiritismo, o labor espiritual, invece, è tutta un'altra storia. Legata al culto dei morti, da una parte, e alla ritualità cattolica dall'altra, si tratta di un ramo della religiosità cubana in cui è facilissimo imbattersi in mistificatori e imbroglioni o,più semplicemente, in splendidi attori - più spesso attrici - che mettono in scena lo spettacolo che il cliente/credente si aspetta di vedere.
La "misa espiritual" è un concentrato di sincretismo senza pari al mondo, ma gli spiriti che vengono chiamati ad incarnarsi o che si presentano spontaneamente sono quasi sempre figure emblematiche dell'epoca della schiavitù. Quando, però, si incontrano persone come la splendida Filomena, ultrasettantenne in magnifica forma, alcune domande bisogna porsele. Anche nel suo caso gli spiriti che rispondono alla "misa" sono quelli canonici - la conga Francisca, per esempio - ma le cose che sono in grado di raccontare lasciano esterrefatti. Non c'è spiegazione che tenga alla precisa descrizione che Francisca/Filomena ha fornito della casa dei miei suoceri, né di alcuni eventi privati della famiglia di mio marito o di altre persone italiane che Filomena non ha mai conosciuto né sentito nominare. Inoltre, non c'è spiegazione alla potente "corriente espiritual", una specie di alta tensione elettromagnetica, che si forma quando Filomena entra in azione. Ancora una volta, quando si tratta di spirito, credo che i nomi siano solo un mezzo. Persone come Filomena, assolutamente sincere e votate alla loro missione, credo abbiano davvero una vista maggiore, siano cioè in grado di vedere le tracce sottili che i nostri predecessori hanno lasciato dentro di noi e che il contatto spirituale tra noi e le persone che amiamo crei una sorta di quadro che non tutti sono in grado di interpretare.
Non ha spiegazione scientifica neppure il profondo benessere che si prova dopo una misa ben fatta come quella a cui ho preso parte oggi.
Forse che prendersi cura della nostra essenza sottile e riportare in vita il nostro passato più profondo possa far bene alla salute e farci vivere più a lungo?
La risposta la conoscono, forse, tutti quei magnifici vecchi santeri e santere dalla religiosità profonda e non intaccata dall'animo commerciale delle nuove leve che trasportano i loro ottanta o novanta con la leggerezza dei più giovani ballando rumba, ridendo di gusto, e godendo ogni istante della vita. Buon pro ci faccia.
Usare la parola per comunicare è un concetto che fa parte del patrimonio genetico dell'homo sapiens. Eppure se ci fermiamo a riflettere un momento, ci accorgiamo che alla parola detta attribuiamo sempre meno importanza, fino a relegarla a uno dei mezzi di espressione meno nobili che conosciamo.
Inoltre, più una società è teconologicamente ed economicamente sviluppata, più la svalutazione della parola detta pesa sui rapporti sociali.
Cuba è uno di quei luoghi in cui le persone, ancora, parlano tanto. Si vive all'aria aperta, si condividono tanti spazi e si parla (e si sparla) tanto e di tutto. A volte ancora mi sorprendo di quante cose posso parlare nell'arco di un pomeriggio quando sto all'Habana e di quante ore posso trascorrere senza sentire il suono della mia voce quando vivo in Italia.
I cubani trascorrono moltissime ore a comunicare con gli altri. Quando non possono farlo direttamente, usano il telefono, per conversazioni interminabili quanto poco costose.
Ma c'è anche un altro aspetto da considerare. Cuba è un luogo in cui la cultura africana è fortemente radicata e meglio conservata di quanto possa accadere in alcuni paesi africani. La religione più diffusa, la santeria, si basa proprio sulla tradizione orale, sulla trasmissione delle conoscenze da padrino/madrina ad ahijado (figlioccio) e sui pataki, specie di favole/parabole, che servono ad apprendere e memorizzare le tantissime nozioni che la pratica di questa religione richiede di conoscere.
Le favole. A Cuba - e in buona parte dell'America latina - si raccontano ancora tante favole, e non solo ai bambini.
E questo spiega perché all'Habana si organizza ogni anno in questo periodo un evento che considero di per sé poetico e un po' commovente: la Fiesta de la Palabra (festa della parola). Si tratta di un festival dedicato ai cantastorie, ai depositari di tradizioni orali antiche, a chi ha fatto di questo mezzo di comunicazione un'arte vera e propria e, in alcuni casi, la insegna anche.
Quest'anno la Fiesta è dedicata alla Colombia, altra nazione in cui di storie se ne raccontano tante, per strada, nelle case, ma anche a scuola e nelle accademie di arte.
Mi piacerebbe esserci quando Haydeé Arteaga, ultraottantenne, intratterrà il pubblico con i suoi cuentos del patio...
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