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Un numero su cui a Cuba se ne sentono di tutti i colori. Finalmente è diventato una cifra precisa e documentata: 364, ovvero il numero di attentati a cui il Comandante Fidel Castro è scampato dal trionfo della Rivoluzione ad oggi.
La fonte è di quelle serie. Si tratta infatti di un libro pubblicato in questi giorni all'Habana messo insieme da Fabiàn Escalante, ovvero l'ex capo dei servizi segreti cubani, con i contributi di ex-spie della Cia, documenti resi pubblici dagli archivi statunitensi e testimoni di vario genere, tra cui non poteva mancare il presidente cubano.
Il libro si intitola "La guerra secreta. Cronologia del crimen, 1959-2000". Malgrado non ci sono dubbi sul fatto che il testo contenga un certo quantitativo standard di propaganda e un altro tot di esagerazioni (se non invenzioni vere e proprie), resta il fatto assolutamente assodato che i tentativi di uccidere Fidel sono stati innumerevoli, chissà forse davvero quanti i giorni di un anno solare.
Alcuni di questi tentativi sono oggetto di leggende popolari e racconti che infervorano le conversazioni cubane da sempre e che si sono via via ricoperti di dettagli e iperboli fino a renderli veri e propri miti.
Altri sono fatti storici ben documentati e testimoniati, altri ancora erano fino ad oggi del tutto sconosciuti.
Il libro è diviso in tre parti: la prima è il testo integrale di un documento di un ispettore della Cia, il secondo è un commento (immagino non di due pagine...) dello stesso Fidel Castro, il terzo è la ricostruzione storica dei 230 principali tentativi di assassinio ai danni del comandante in capo.
Sono curiosissima e francamente è uno dei libri che comprerò appena metterò piede a Cuba.
Otto bambini sono morti negli ultimi giorni nei dintorni dell'Habana a causa di un virus non ancora identificato.
Detta così la notizia non fa una grande impressione. In fondo, cose di questo genere capitano ogni giorno moltiplicate per grandi numeri in moltissime zone depresse del pianeta.
Parlando di Cuba, invece, la notizia fa parlare. L'ho trovata in parecchi notiziari americani (del Nord e del Sud America) e anche in qualche notiziario spagnolo.
All'Habana questo fatto è sulla bocca di tutti. I cubani non sono abituati a sentire che i propri bambini muoiono di strane malattie. Nel 2004 Cuba ha raggiunto, secondo fonti Unicef, il più basso tasso di mortalità infantile di tutto il Sud America ed è tra i primi 30 paesi al mondo per quanto riguarda questo fondamentale indice dello sviluppo igienico-sanitario di un paese.
Per questo la morte di otto bambini colpisce.
Colpisce e fa male a chi conosce la cura che i cubani dedicano ai propri piccoli. I medici fanno sapere che il virus potrebbe essere una conseguenza delle peggiorate condizioni igieniche dopo il passaggio del ciclone . Già, perché forse non tutti sanno che buona parte dei dintorni della capitale dell'isola sono rimasti a lungo senza acqua corrente, senza elettricità né collegamenti telefonici (dove già ce n'erano pochi).
Perfino in alcuni quartieri della città la luce continua ad andare e venire peggio del solito e l'acqua è sparita per qualche giorno. Nei negozi di alimentari i prezzi sono volati alle stelle e nelle bodegas (negozi dove si vendono merci calmierate acquistabili con la moneta nazionale) c'è il vuoto totale. Se già prima dell'uragano era consigliabile bollire l'acqua da bere per gran parte dei cittadini della capitale, adesso è assolutamente consigliato farlo dai medici che si stanno occupando dei casi di queste morti.
Mi fa impressione. Mi fa impressione vedere come le due facce dell'isola si stiano a poco a poco sempre più distanziando per cause umane o per cause naturali, come il passaggio di un ciclone.
Da un lato Cuba assomiglia sempre di più ad altri luoghi del Centro America, con i segni più pesanti di una povertà sempre meno dissimulabile. Dall'altra ha dentro di sé un nucleo pesante di conoscenza e cultura (in campo medico, per esempio) che rende questa poverta ancora più insopportabile e faticosa da vivere.
A settembre volevo tornare all'Habana perché la mia bambina cominciasse a conoscere l'altra parte della sua famiglia. In altri tempi non avrei avuto un secondo di titubanza a portarci mia figlia. Tutt'altro, mi sarei sentita più sicura che in qualsiasi altro posto al mondo. E adesso?
Non sarebbe proprio tempo di uragani, però, Dennis ha spiazzato tutti. Cuba agli uragani è abituata e se li aspetta con una certa rassegnazione e, bisogna dirlo, un'ottima organizzazione.
Sembra strano ma io ho dei bei ricordi degli uragani all'Habana. In particolare di George. Avevamo organizzato una specie di auto-carovana per andare in pellegrinaggio alla Caridad del Cobre a Santiago. Siamo partiti dalla capitale in sette, tutti schiacciati dentro una Chevy del 52 che dal pavimento mandava un calore insopportabile. Bisognava viaggiare con i piedi sul sedile e in sette... lascio immaginare. Il nostro bagaglio era composto soprattutto di panini e lattine di birra.
Lungo la strada abbiamo comprato di tutto: aglio, formaggio, frutta di ogni tipo. Forse qualcuno si ricorda il film Guantanamera.
E' stato un viaggio avventuroso e divertentissimo. Ci siamo fermati in posti che per un habanero sono un tuffo in una Cuba che sembra in via di estinzione (e forse lo è), fatta di guajiros a cavallo col machete alla cintura, strade in cui non si incrocia nessuno per ore, buio vero, quello dove non c'è la luce elettrica. Dovevamo fermarci circa a metà strada, intorno a Las Tunas, per andare a trovare un lontano parente di uno dei "pellegrini" che abita in una finca, una fattoria, in mezzo al nulla totale. Un posto surreale. Una casa bellissima, animali ovunque, una campagna rigogliosa e palme, fiori, rigagnoli e pozze di acqua dolce in cui fare il bagno. Finché la mattina la padrona di casa, per essere sommamente gentile e ospitale, ci ha svegliato con dei bicchieroni stracolmi di latte appena munto. Un profumo... una schiuma... Io l'ho assaggiato e poi l'ho messo di nascosto in un pentolino a bollire. Gli altri no. Risultato: i chilometri tra Las Tunas e Santiago sono stati un'interminabile sequenza di fermate in mezzo al bosco...
Siamo arrivati stremati, disidratati, affamati e, quasi tutti, un po' più magri. Andiamo al Cobre e qualcuno si pregia di avvisarci che è annunciato l'arrivo di George. Dovrebbe entrare in terraferma proprio in quelle ore, proprio da Santiago, e spostarsi verso occidente. Proprio come noi. Che fare? Non ci sono soldi per fermarsi in sette a Santiago e poi non si sa mai... Ripartiamo subito. Subito, però non è abbastanza. George ci sta alle spalle tutto il tempo. Un muro di nuvole nere che insegue la nostra Chevy blu lungo tutta la carretera central. Ci sfiora la pioggia e il vento fortissimo, ci inghiotte la bassa pressione che ti comprime il petto, e noi, avanti verso l'Habana. A un certo punto, non lo vediamo più. Siamo quasi arrivati. Non abbiamo la radio in macchina e quindi non abbiamo idea di cosa stia succedendo. Fatto sta che quando arriviamo all'Habana la gente che vive lungo il Malecon sta sbaraccando. Portano le loro cose dai parenti che vivono all'interno o dai vicini dei piani alti.
Noi siamo a casa. Stanchi ma contenti e riconoscenti alla Chevy che ha resistito a un'altra battaglia e alla Caridad del CObre che ci ha protetto. Per terminare in bellezza ci riuniamo tutti nell'appartamento di un nostro amico che vive al decimo piano di un grattacielo che sta giusto giusto dietro l'hotel Riviera. DA lì lo spettacolo è da mozzare il fiato. George torna dal mare e investe la città. Non è un uragano di quelli da aver paura. Ma lo stesso lo spettacolo è bellissimo. Il mare si abbassa e poi si gonfia da lontano e sembra sbattere sulla città come spinto dalla mano profonda di Olokun. Noi, reduci da un viaggio molto spirituale, vediamo in quello spettacolo i segni di tutti i nostri Orishas e in qualche modo ci sentiamo di dargli il benvenuto.
Non sempre i cicloni e gli uragani si presentano con questa gentilezza. Dennis non mi pare sia stato di questi. E ancora mi sorprende che, malgrado la furia e la portata dei danni che si è lasciato dietro ad Haiti e Cuba di Dennis si parla solo perché minaccia le coste degli Stati Uniti.
E' vero, Cuba e Haiti hanno i loro Orishas e gli Stati Uniti no. E dove c'è poco da distruggere i danni, valutati in milioni di dollari, sembrano sempre insignificanti rispetto ai numeri che si possono raggiungere in pochi minuti sulle coste della Florida. Quanto ai morti... anche di quelli ce ne vogliono diversi per poter competere con il valore di una vittima nord-americana. Questione di peso... e di dollari...
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