Blogqueo - voces de Cuba

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venerdì, 26 agosto 2005
L'isola senza cervelli

Se ne vanno tutti. Uno dopo l'altro, a volte quasi a grappoli, gli artisti, gli uomini di cultura, i cervelli più attivi, lasciano l'isola e si fermano da qualche parte, spesso dall'altra parte: gli Stati Uniti.
Ultimamente, credo addirittura lo stesso giorno, hanno deciso di non rientrare più a Cuba uno dei primi ballerini del Ballet Nacional e uno dei più stimati comici teatrali e televisivi.
Il primo, Rolando Sarabia, è una delle stelle più brillanti nel cielo della danza classica mondiale. Il governo cubano gli ha negato il permesso di firmare un contratto annuale con il Chicago Ballet e lui ha deciso di chiedere asilo politico agli Stati Uniti. A Chicago ci andrà comunque. L'altro, Conrado Cogle Alvarez, da anni in tournée quasi costante in Europa si è visto ritirare il permesso di residenza provvisoria all'estero (formula che permette agli artisti di viaggiare e di rientrare a Cuba senza grossi problemi) per aver accettato di esibirsi a Miami, dove, come reazione alla notizia della sospensione del Pre, ha deciso di rimanere.
Che peccato. Per me è uno strazio vedere come Cuba da un lato continua a formare e sfornare artisti di calibro internazionale, menti acute, medici eccellenti, ingegneri, pittori, registi, scrittori e poi li allontana da sé quasi sempre per colpa di una burocrazia applicata in modo torpe e oscurantista.
Si, perché è importante capire che quando un grande artista o un brillante ricercatore decide di lasciare definitivamente Cuba non lo fa quasi mai per denaro. Infatti, quelli che hanno il privilegio e la fortuna di non avere più il problema della burocrazia e di non avere limiti nella possibilità di viaggiare, tornano sempre e vivono come non potrebbero mai vivere all'estero. Prendiamo, ad esempio, artisti come Los Van van, o Chucho Valdes, acclamati ovunque, costantemente in tournée in tutto il mondo eppure saldamente ancorati alle loro vite habanere. Sono dei re, vivono al di sopra del resto del genere umano, sono miti ambulanti con uno status e uno stile di vita che non avrebbero in nessun altro posto.
Allora perché? quale stupido ottuso passacarte "comunista" non riesce a cogliere il valore di queste perdite per l'intero paese, per la sua considerazione internazionale e per la sua possibilità di sviluppo interno?
Cuba spende denaro, molto, sicuramente più di quanto se ne investe in Italia ad esempio, per formare le proprie menti migliori. Anche dal punto di vista economico, quindi, ogni defezione è una pesante perdita, un vuoto in bilancio.
Ma c'è di più. Così come gli artisti si allontanano e perdono qualsiasi stimolo nei confronti del proprio paese, allo stesso modo, ma più silenziosamente, se ne vanno i cervelli politici. Fino a qualche anno fa, infatti, a Cuba esistevano ancora correnti di pensiero, dibattiti, anche solo fra le quattro mura di una casa, intellettuali che avevano qualcosa da dare all'isola per il suo futuro. Non ce ne sono quasi più. Se ne sono andati. Resta un paese di burocrati sempre meno convinti e sempre più incazzosi, di poliziotti giovani e arroganti e di gente che si prepara per affrontare un viaggio senza biglietto di ritorno. Qualcuno dovrebbe riflettere.

Postato da: KekeB a 11:41 | link | commenti |
politica, economia, società

domenica, 14 agosto 2005
Felicidades Fidel

Ieri Fidel Alejandro Castro Ruz, presidente della Repubblica di Cuba, ha compiuto 79 anni. Di questi, 46 li ha passati al potere, nel bene e nel male, ma saldamente al potere.
Mica poco.
Consiglio un passaggio a questo indirizzo http://www.patriagrande.net/cuba/fidel.castro/biografia.htm per avere almeno una vaga idea del personaggio (in lingua spagnola). Se si preferisce l'inglese, meglio un giro qui: http://www.marxists.org/history/cuba/archive/castro/
Qualunque sia la propria opinione politica o personale, bisogna prendere atto che Fidel Castro è uno degli ultimi uomini che hanno davvero fatto la storia.
A mio parere, merita un minimo di conoscenza.
Feliz cumpleaños comandante.

Postato da: KekeB a 12:59 | link | commenti (3) |
politica, personaggi, eventi

lunedì, 08 agosto 2005
Ibrahim Ferrer: como un bolero

La vita di Ibrahim Ferrer è stata come uno dei boleros che con la sua voce vellutata e un po' antica aveva riportato alla luce.
Una vita iperbolica, senza mezze misure, come i sentimenti e le passioni di brani come Perfidia, Quiereme mucho, Dos Gardenias, Silencio, colonne sonore di una Cuba che sembrava definitivamente passata fino a quando Buena Vista Social Club non l'ha - anche un po' violentemente - riportata alla luce.
Adesso, anche la voce di Ferrer si è spenta, all'Habana, di ritorno da un tour in Europa. Una gastroenterite sembra essere la causa della morte, ma forse più di tutto la stanchezza di 78 anni vissuti con fatica e a fasi alterne dai picchi esasperati. Le biografie raccontano di un musicista eccezionale, di un talento fuori dal comune che aveva iniziato giovanissimo la sua carriera musicale a Santiago de Cuba, cantando al seguito di nomi celebri come Benny Moré, Pacho Alonso, Chepin Choven.
Quello che non raccontano, o che suggeriscono appena, sono gli oltre trent'anni passati nel silenzio totale, nella miseria più umile, lustrando scarpe per le strade fangose di Centro Habana, raccoglieno rifiuti, cercando di tirare avanti  inventando, come la stragrande maggioranza dei cubani, evitando accuratamente di usare ancora lo strumento che gli aveva permesso di assaggiare i fasti di una vita persa assieme al trionfo della rivoluzione: la voce.
Ferrer era convinto di essere vittima di una sorta di stregoneria e pensava che mai più avrebbe potuto fare quello che meglio gli riusciva, cantare e cantare boleros, genere caduto un po' in disgrazia dagli anni settanta ad oggi.
Poi di nuovo la celebrità, come in un bel sogno, i più grandi teatri del mondo, vestiti di lino bianco di sartoria, aerei, la gente che ti saluta nei vicoli dell'Habana, e poi il Grammy, la riscossa.
Ho incontrato Ferrer all'inizio del vortice di successo generato da Buena Vista. Non da giornalista, ma da Iyawo (iniziata alla religione più praticata a Cuba, la santeria. Fu lui a venirmi incontro alla fine di un concerto milanese. Mi aveva vista, tutta vestita di bianco, e Voleva la mia benedizione, da buon credente nella Regla de Ocha. Fu in quell'occasione che mi raccontò che tutta la sua fortuna la doveva a San Lazaro, a cui era consacrato, e al quale non aveva mai smesso di dedicare offerte e regali, anche quando faceva fatica a racimolare un pasto al giorno.
Babalu Ayé (il nome yoruba del santo) lo aveva premiato e lui questo non lo avrebbe mai scordato. Mi mostrò il bastone africano, quello di cui parla nel film, un piccolo idolo di ebano, che portava sempre con sé, quasi un pegno agli spiriti degli antenati.
Insieme a Ruben Gonzalez, Ibrahim Ferrer era forse il talento più autentico e immutato nel tempo di tutta la combriccola messa insieme da Ry Cooder. A differenza di altri membri del gruppo (come Compay Segundo, ad esempio) Ferrer non solo aveva conquistato il mondo con la sua voce incantatrice e il suo stile incredibilmente elegante di interpretare i boleros e i son della tradizione, ma aveva riconquistato anche Cuba, il palcoscenico più difficile per gli artisti del suo genere. Mentre la fama di Compay, di Ochoa o dell'intramontabile Portuondo si è limitata in un certo senso alla facciata ufficiale, quella di Ferrer e di Gonzalez aveva toccato il cuore dei cubani, forse grazie alle loro personalità autentiche e alle loro storie di umiltà mai perduta e di gratitudine alla vita per i tardivi riconoscimenti ottenuti.
Musicalmente Ferrer era stato capace di ridare lustro a brani che i cubani consideravano ormai musica per vecchi nostalgici ed era stato capace di approfittare in pieno dell'opportunità ottenuta con Buena Vista per fare al meglio ciò che aveva sempre fatto.
Rimane come un testamento musicale il disco che Ferrer aveva appena presentato a Barcellona, Ay Candela, che si chiude con un guaguancò, un classico della rumba afrocubana, intitolato Todavia me queda voz (Mi rimane ancora voce).  

Postato da: KekeB a 16:40 | link | commenti (2) |
musica, personaggi, eventi

domenica, 07 agosto 2005
Decime e ottave: la poesia che si fa musica

Yo soy un hombre sincero
de donde crece la palma,
y antes de morirme quiero
echar mis versos del alma.

Chi non la conosce? E' la prima strofa di Guantanamera, musicata da Joseito Fernandez. Qualcuno sa il seguito? Eccolo:

Mi verso es como un puñal
que por el puño echa flor:
mi verso es un surtidor
que da un agua de coral.
Con los pobres de la tierra
quiero yo mi suerte echar:
el arroyo de la sierra
me complace más que el mar.
Yo sé de un pesar profundo
entre las penas sin nombre:
¡la esclavitud de los hombres
es la gran pena del mundo!
¡Penas! ¿Quién osa decir
que guardo yo penas? Luego,
después del rayo, y del fuego,
tendré tiempo de sufrir.
Oculto en mi pecho bravo
la pena que me lo hiere:
el hijo de un pueblo esclavo
vive por él, calla y muere.
Yo quiero salir del mundo
por la puerta natural:
en un carro de hojas verdes
a morir me han de llevar.
No me pongan en lo oscuro
a morir como un traidor;
¡yo soy bueno, y como bueno
moriré de cara al sol!
¡Verso, nos hablan de un Dios
a donde van los difuntos:
verso, o nos condenan juntos
o nos salvamos los dos!

Ho voluto riportare questo testo perché stamattina ho letto un bell'articolo dedicato alla decima cubana. Si parlava di come uno stile poetico essenzialmente popolare stesse tornando a fiorire grazie al lavoro di giovani autori che la stanno rivitalizzando con tematiche e vocabolari moderni.
Come dice la parola, la decima è una composizione di dieci versi di otto sillabe. Con questo stile sono state scritte la maggior parte delle composizioni di musica popolare cubana, moltissime rumbas, ma soprattutto le controversie del punto guajiro, le guajiras, i sones...
Parlando di decime, però, mi è venuta in mente un'altra forma di composizione, più classica e colta, forse, ma altrettanto prolifica a Cuba: l'ottava. Mi è venuta in mente quella in assoluto più celebre, il passaporto musicale dell'isola caraibica, la canzone più conosciuta, più storpiata, più improvvisata, più richiesta... la Guantanamera.
Si tratta di un brano che ha una storia davvero interessante e anche un po' misteriosa. Vale la pena (se si capisce un po' lo spagnolo) dare un'occhiata al lavoro di Maria Argelia Vizcaíno (http://www.josemarti.org/jose_marti/guantanamera/mariaargeliaguan/guantanameraparte1-1.htm) che ne ha ripercorso la storia e ricostruito le tappe che l'hanno portata ad essere la prima "hit" cubana internazionale.
A me piace, però, ricordare che il testo di questa canzone, almeno originariamente, è una poesia di José Martì, tratta dalla raccolta Versos Sencillos.In questo caso si tratta di una composizione di ottave, ma Martì è stato anche un eccellente autore di decime.
Per trovare, però, eccellenti esempi di questo stile non c'è bisogno di scomodare autori accademici. Questa decima, per esempio, è stata composta da Plàcido per commemorare un amico morto:

Vi un niño, por diversión
formó un globo astuto,
introduciendo un canuto
en misto de agua y jabón;
del Iris la variación
en sus colores denota,
y cuando de su derrota
tocaba al mayor aumento
sutil ráfaga de viento
lo convirtió en leve gota.
Ese globillo lucido,
tan bello cual desgraciado,
como fue de agua formado
quedó en ella convertido;
así el hombre divertido
sigue la senda dorada
de bien o de mal sembrada
que le prepara la suerte,
y en nada al fin se convierte
porque nació de la nada.

La trovo bellissima. E anche se non sono una fan del punto guajiro (da brava "capitolina" non amo moltissimo la musica del campo), va detto che moltissimi improvvisatori in decima non hanno nulla da invidiare alle liriche di grandi autori come Martì o altri. Perciò sono contenta che giovani compositori rispolverino questo stile tradizionale e chissà che anche i turisti stranieri un po' alla volta si accorgano che "uanta na mela" o "one tonomira" è un pezzo di arte e di cultura che merita di essere letto e capito.

Postato da: KekeB a 11:46 | link | commenti |
musica, personaggi, letteratura, storia



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