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In questi giorni si trova a Roma Gregorio Hernandez, detto il Goyo. Il Goyo è un personaggio fondamentale nella storia della musica e della cultura afro-cubana in generale e, in patria, sono in pochi a non sapere chi sia.
Gregorio Hernandez è tra i fondatori del Conjunto Folklorico Nacional, la principale bandiera del patrimonio artistico di matrice africana e uno dei pilastri della sua conservazione e perpetuazione dentro e fuori dall'isola.
Contemporaneamente, Goyo insegna all'Instituo superior de Arte dell'Habana e collabora con i principali artisti, da Van Van a Tata Guines, dal defunto Lazaro Ros al gruppo Sintesis.
Con i suoi settanta e passa anni al Goyo piace un sacco viaggiare. Metà dell'anno lo passa in giro per il mondo ad insegnare balli afro-cubani e fare stages di canto e musica afro. Vedere quest'uomo dinoccolato e canuto trasformarsi in un agile cacciatore con arco e frecce quando balla Ochosi è un'esperienza indimenticabile, così come lo è frequentare uno dei suoi corsi. Le persone come Gregorio Hernandez sono delle biblioteche itineranti. Nella loro memoria risiede un patrimonio culturale che non ha valore e di cui spesso loro stessi ignorano l'estensione, visto che si tratta di un tesoro tramandato a voce, raramente trascritto se non in rapidi appunti a matita. A maggior ragione lo sforzo didattico del Goyo è importantissimo per preservare l'integrità e l'autenticità di una cultura che ogni giorno, nelle nostre palestre, nelle discoteche di musica "latina", nelle scuole di musica, viene violentata e aggredita da sedicenti maestri, coreografi, esperti di afro-cubanismi, che incredibilmente godono spesso di un seguito notevole e che insegnano nozioni che loro stessi ignorano. Troppe volte ho visto ballare Elegguà mettendo i passi su toques che appartengono ad altri Orishas o, nelle migliori ipotesi, senza avere idea di cosa sia la clave, oppure si sentono allievi di percussioni ripetere meccanicamente spartiti scritti da solerti trascrittori di dischi di gruppi cubani, perdendo così totalmente il senso stesso della percussione afro, quell'istinto interiore che nasce dal battito del cuore, dal flusso del sangue e dal fervore che da' ritmo ad ogni colpo e rende ogni rumba diversa dall'altra, ogni quinto un quinto originale,
Per non parlare di quello che succede alla regla de Ocha, la religione Lucumi, che mentre aggrega un sempre maggior numero di seguaci di ogni paese del mondo, perde via via la sua integrità morale, le sue regole, e le sue splendide tradizioni culturali, tra cui, esempio eclatante, la lingua e i canti.
Vista la situazione, ci si aspetterebbe che l'arrivo del Goyo in una città come Roma, dove Cuba è un marchio inflazionato ad ogni angolo di strada, venisse celebrato da un mare di persone, che si mettono in lista di attesa pur di frequentare una lezione di ballo o uno stage di canto con un vero maestro, cosa che accade puntualmente a Parigi, ad Amsterdam, a Bruxelles.
Invece no. Invece Goyo arriva e si ritrova ad insegnare danza in un locale-ristorante-discoteca totalmente deserto e a cantare rumba e bata con i migliori musicisti presenti in Italia per un pubblico di salseri che non hanno idea di dove mettere i piedi al ritmo del guaguanco.
La colpa non è del Goyo, e neppure del pubblico romano. La qualità si riconosce quando la si può conoscere. Il fatto è che non sono in molti ad avere interesse a farla conoscere. Cuba è diventata una sorta di parola magica che permette a un sacco di persone di guadagnare denaro vendendo cose di cui spesso hanno a malapena sentito parlare a persone che non ne hanno mai sentito parlare. Competere con un maestro del calibro del Goyo o di molti altri che girano spesso in Europa mette a repentaglio un business non indifferente. Così lo si invita, ma un po' in sordina, senza fare troppa pubblicità. Tanto i suoi fedelissimi se li porta dietro lo stesso... E' un peccato. E anche una mancanza di rispetto.
Venerdì mattina a Parigi ci sarà il funerale di Alfredo Rodriguez. Non so a quante persone questo nome possa suonare familiare, ma per i veri appassionati di musica cubana si tratta di un nome che ha firmato uno dei più bei capitoli del jazz-latino degli ultimi decenni: Cuba Linda.
Rodriguez era un eccellente pianista, ma era anche uno di quei personaggi che non amano scendere a compromessi di nessun tipo. Suonava perché gli piaceva, con chi gli piaceva e dove voleva lui. Componeva, a volte, ma non abbastanza da attirare i grandi discografici e con il business non aveva alcuna dimestichezza.
Eppure, il suo nome era sulla bocca di tutti i musicisti migliori che Cuba e dintorni abbiano sfornato negli ultimi tempi. Alfredito aveva lavorato con i migliori e non si era mai fermato alla superficie. I suoi gruppi comprendevano persone provenienti da tutto il mondo. Uno dei suoi percussionisti preferiti, per esempio, è sempre stato il romano Roberto Evangelisti.
Aveva girato il mondo, parlava diverse lingue, tutte un po' a modo suo, ma il suo linguaggio preferito era il jazz, con tutte le sue declinazioni.
Tra New York, Miami e Parigi, Alfredo Rodriguez aveva prestato le sue elegantissime dita a tantissime produzioni, più o meno di successo, ma la sua attività si era poco a poco ristretta a quella di pianista di club, seguito da una cerchia di fedelissimi, una cerchia ristretta ed elitaria.
Fino al 1996. Alfredito torna a Cuba per partecipare ad una produzione importante. Per lui è un'occasione d'oro. Finite le registrazioni del disco si mette a lavorare con gli stessi musicisti (tra cui Tata Guines) ma stavolta le idee, lo stile, il sabor, sono tutta farina del suo sacco. L'idea base è qualcosa che, in senso cubano, ha qualcosa di rivoluzionario: il piano e la comparsa santiaguera insieme. Cose mai sentite. Ne esce Cuba Linda. Un disco bellissimo, uno di quelli che non possono mancare nella collezione di chi ama davvero il sound cubano.
Cuba LInda è la firma di Alfredito Rodriguez. Da allora in poi, ha continuato a muoversi su un piano un po' ritirato, ma sempre a livelli qualitativi altissimi.
Era il suo carattere, un po' chiuso, lontanissimo dal cliché del musicista caraibico, tutto gioielli d'oro bei vestiti e riflettori. Rodriguez viveva a Montmartre con la moglie, suonava la sua musica, amava Van Gogh e i girasole, e da diversi anni conviveva con un cancro che, secondo i medici, avrebbe dovuto ucciderlo parecchio tempo fa.
Venerdì al suo funerale ci saranno i suoi amici, i migliori, e un pubblico che lo seguiva ovunque, e che ascoltando i suoi celebri fraseggi in minore, ogni volta si commuove.
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