Blogqueo - voces de Cuba

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venerdì, 28 ottobre 2005
El Goyo a Roma: un patrimonio ignorato

In questi giorni si trova a Roma Gregorio Hernandez, detto il Goyo. Il Goyo è un personaggio fondamentale nella storia della musica e della cultura afro-cubana in generale e, in patria, sono in pochi a non sapere chi sia.
Gregorio Hernandez è tra i fondatori del Conjunto Folklorico Nacional, la principale bandiera del patrimonio artistico di matrice africana e uno dei pilastri della sua conservazione e perpetuazione dentro e fuori dall'isola.
Contemporaneamente, Goyo insegna all'Instituo superior de Arte dell'Habana e collabora con i principali artisti, da Van Van a Tata Guines, dal defunto Lazaro Ros al gruppo Sintesis.
Con i suoi settanta e passa anni al Goyo piace un sacco viaggiare. Metà dell'anno lo passa in giro per il mondo ad insegnare balli afro-cubani e fare stages di canto e musica afro. Vedere quest'uomo dinoccolato e canuto trasformarsi in un agile cacciatore con arco e frecce quando balla Ochosi è un'esperienza indimenticabile, così come lo è frequentare uno dei suoi corsi. Le persone come Gregorio Hernandez sono delle biblioteche itineranti.
Nella loro memoria risiede un patrimonio culturale che non ha valore e di cui spesso loro stessi ignorano l'estensione, visto che si tratta di un tesoro tramandato a voce, raramente trascritto se non in rapidi appunti a matita. A maggior ragione lo sforzo didattico del Goyo è importantissimo per preservare l'integrità e l'autenticità di una cultura che ogni giorno, nelle nostre palestre, nelle discoteche di musica "latina", nelle scuole di musica, viene violentata e aggredita da sedicenti maestri, coreografi, esperti di afro-cubanismi, che incredibilmente godono spesso di un seguito notevole e che insegnano nozioni che loro stessi ignorano. Troppe volte ho visto ballare Elegguà mettendo i passi su toques che appartengono ad altri Orishas o, nelle migliori ipotesi, senza avere idea di cosa sia la clave, oppure si sentono allievi di percussioni ripetere meccanicamente spartiti scritti da solerti trascrittori di dischi di gruppi cubani, perdendo così totalmente il senso stesso della percussione afro, quell'istinto interiore che nasce dal battito del cuore, dal flusso del sangue e dal fervore che da' ritmo ad ogni colpo e rende ogni rumba diversa dall'altra, ogni quinto un quinto originale,
Per non parlare di quello che succede alla regla de Ocha, la religione Lucumi, che mentre aggrega un sempre maggior numero di seguaci di ogni paese del mondo, perde via via la sua integrità morale, le sue regole, e le sue splendide tradizioni culturali, tra cui, esempio eclatante, la lingua e i canti.
Vista la situazione, ci si aspetterebbe che l'arrivo del Goyo in una città come Roma, dove Cuba è un marchio inflazionato ad ogni angolo di strada, venisse celebrato da un mare di persone, che si mettono in lista di attesa pur di frequentare una lezione di ballo o uno stage di canto con un vero maestro, cosa che accade puntualmente a Parigi, ad Amsterdam, a Bruxelles.
Invece no. Invece Goyo arriva e si ritrova ad insegnare danza in un locale-ristorante-discoteca totalmente deserto e a cantare rumba e bata con i migliori musicisti presenti in Italia per un pubblico di salseri che non hanno idea di dove mettere i piedi al ritmo del guaguanco.
La colpa non è del Goyo, e neppure del pubblico romano. La qualità si riconosce quando la si può conoscere. Il fatto è che non sono in molti ad avere interesse a farla conoscere. Cuba è diventata una sorta di parola magica che permette a un sacco di persone di guadagnare denaro vendendo cose di cui spesso hanno a malapena sentito parlare a persone che non ne hanno mai sentito parlare. Competere con un maestro del calibro del Goyo o di molti altri che girano spesso in Europa mette a repentaglio un business non indifferente. Così lo si invita, ma un po' in sordina, senza fare troppa pubblicità. Tanto i suoi fedelissimi se li porta dietro lo stesso... E' un peccato. E anche una mancanza di rispetto.

Postato da: KekeB a 23:10 | link | commenti |
musica, personaggi, eventi, religione, santeria

domenica, 11 settembre 2005
Tutta colpa di Katrina?

SOno rimasta a guardare annichilita le immagini della morte di New Orleans.
Ho letto, ho visto immagini, mi sono commossa e indignata. E tutti a dare la colpa alla natura, a Katrina, all'inclemenza degli elementi. E non alle dighe che hanno ceduto, agli esseri umani che hanno costruito interi quartieri sei metri sotto il livello del mare senza curarsi di essere totalmente circondati dall'acqua. E neppure alla mancanza totale di un piano di emergenza, di organizzazione. E mai e poi mai all'inciviltà e alla bruttura dell'animo di tanti, troppi esseri umani che già prima di Katrina vivevano al di sotto della soglia della povertà e anche della civiltà, mi sento di aggiungere.
In tutto questo che c'entra Cuba? C'entra. Cuba è un'isola che ogni anno sopporta il passaggio di svariati uragani, alcuni più forti, altri meno. Le perdite materiali sono spesso devastanti. Ricordo di cicloni che hanno distrutto ponti e strade, di cittadine rimaste isolate per giorni, di raccolti distrutti ed economie locali disastrate. Ma mai, mai che possa ricordare, le vittime hanno superato le decine, e spesso sono state causate da incidenti dovuti a imprudenza o a effetti collaterali all'uragano stesso.
Perché? Perché a Cuba esiste un'organizzazione precisa. Esistono le comunità, il quartiere come nucleo fondamentale della vita civica. Può suonare un po' propagandistico, eppure è vero. Il Cdr (comitato per la difesa della rivoluzione) è un organismo che il più delle volte serve a rompere le palle a chi sgarra dalla fede socialista-rivoluzionaria, ma in certi casi ha la sua utilità. I responsabili di quartiere hanno infatti il dovere di conoscere esattamente il piano di evacuazione della propria zona. Devono sapere da quante persone è composto il loro quartiere, quanti anziani, quanti bambini, quanti ammalati o donne incinte. Devono sapere dove andrebbe ciascuna di queste persone se dovesse lasciare la propria casa e di questo deve informare il consiglio municipale e via via, risalendo la piramide, fino ad ottenere un piano di evacuazione cittadino o provinciale.
Funziona. Ha funzionato in svariate occasioni. E a ricordarlo non è stato il governo cubano, ma l'Università di Oxford, dove un gruppo di studiosi ha indicato nel piano di emergenza dell'isola quello più efficiente al mondo e ha proposto la sua esportazione a tutte le altre aree sottoposte agli stessi eventi naturali.
Inoltre. A nessun cubano sano di mente verrebbe in mente di rubare il cibo a un bambino, neppure nella peggiore delle necessità, o di terrorizzare una famiglia per fregarsi una coperta. La maggior parte delle brutture e degli orrori che New Orleans ha vissuto in questi giorni sono state causate dagli stessi cittadini di New Orleans. E' la sub-cultura dell'America più povera. E' la follia di chi si trascina lungo una strada diventata un canale putrido portandosi dietro poche masserizie e un'intera cassa di pepsi Diet sotto un braccio, o chi, preso dalla comprensibile (e in alcuni casi direi legittima) ansia del saccheggio pensa bene di infilare in un carrello della spese non acqua o cibo, ma un televisore al plasma o di chi, rifugiato su un tetto, chiede aiuto scrivendo no food no wather!
Fidel Castro ha offerto alla Louisiana un drappello di medici e paramedici per andare a dare una mano. Gli Stati Uniti hanno sdegnosamente e ufficiosamente rifiutato, negando pubblicamente che Cuba abbia mai offerto soccorsi.
Hanno detto di avere abbastanza personale qualificato. Ma alla Cnn giusto l'altro ieri, un paramedico della Croce Rossa chiedeva aiuto professionale di ogni tipo, anche solo per dare il cambio a quelli che, stremati, si stavano ammazzando di lavoro senza tregua da giorni. Un giornalista della Fox (tv decisamente filogovernativa) piangeva a dirotto di fronte alle centinaia di persone che non avevano mai visto un aiuto di alcun tipo, tantomeno un medico.
Si dice che la necessità aguzza l'ingegno. A Cuba nessun proverbio può risultare più vero. Poche miglia più in là, sembra che l'ingegno non sia neppure mai esistito.

Postato da: KekeB a 13:42 | link | commenti |
politica, eventi, società

domenica, 14 agosto 2005
Felicidades Fidel

Ieri Fidel Alejandro Castro Ruz, presidente della Repubblica di Cuba, ha compiuto 79 anni. Di questi, 46 li ha passati al potere, nel bene e nel male, ma saldamente al potere.
Mica poco.
Consiglio un passaggio a questo indirizzo http://www.patriagrande.net/cuba/fidel.castro/biografia.htm per avere almeno una vaga idea del personaggio (in lingua spagnola). Se si preferisce l'inglese, meglio un giro qui: http://www.marxists.org/history/cuba/archive/castro/
Qualunque sia la propria opinione politica o personale, bisogna prendere atto che Fidel Castro è uno degli ultimi uomini che hanno davvero fatto la storia.
A mio parere, merita un minimo di conoscenza.
Feliz cumpleaños comandante.

Postato da: KekeB a 12:59 | link | commenti (3) |
politica, personaggi, eventi

lunedì, 08 agosto 2005
Ibrahim Ferrer: como un bolero

La vita di Ibrahim Ferrer è stata come uno dei boleros che con la sua voce vellutata e un po' antica aveva riportato alla luce.
Una vita iperbolica, senza mezze misure, come i sentimenti e le passioni di brani come Perfidia, Quiereme mucho, Dos Gardenias, Silencio, colonne sonore di una Cuba che sembrava definitivamente passata fino a quando Buena Vista Social Club non l'ha - anche un po' violentemente - riportata alla luce.
Adesso, anche la voce di Ferrer si è spenta, all'Habana, di ritorno da un tour in Europa. Una gastroenterite sembra essere la causa della morte, ma forse più di tutto la stanchezza di 78 anni vissuti con fatica e a fasi alterne dai picchi esasperati. Le biografie raccontano di un musicista eccezionale, di un talento fuori dal comune che aveva iniziato giovanissimo la sua carriera musicale a Santiago de Cuba, cantando al seguito di nomi celebri come Benny Moré, Pacho Alonso, Chepin Choven.
Quello che non raccontano, o che suggeriscono appena, sono gli oltre trent'anni passati nel silenzio totale, nella miseria più umile, lustrando scarpe per le strade fangose di Centro Habana, raccoglieno rifiuti, cercando di tirare avanti  inventando, come la stragrande maggioranza dei cubani, evitando accuratamente di usare ancora lo strumento che gli aveva permesso di assaggiare i fasti di una vita persa assieme al trionfo della rivoluzione: la voce.
Ferrer era convinto di essere vittima di una sorta di stregoneria e pensava che mai più avrebbe potuto fare quello che meglio gli riusciva, cantare e cantare boleros, genere caduto un po' in disgrazia dagli anni settanta ad oggi.
Poi di nuovo la celebrità, come in un bel sogno, i più grandi teatri del mondo, vestiti di lino bianco di sartoria, aerei, la gente che ti saluta nei vicoli dell'Habana, e poi il Grammy, la riscossa.
Ho incontrato Ferrer all'inizio del vortice di successo generato da Buena Vista. Non da giornalista, ma da Iyawo (iniziata alla religione più praticata a Cuba, la santeria. Fu lui a venirmi incontro alla fine di un concerto milanese. Mi aveva vista, tutta vestita di bianco, e Voleva la mia benedizione, da buon credente nella Regla de Ocha. Fu in quell'occasione che mi raccontò che tutta la sua fortuna la doveva a San Lazaro, a cui era consacrato, e al quale non aveva mai smesso di dedicare offerte e regali, anche quando faceva fatica a racimolare un pasto al giorno.
Babalu Ayé (il nome yoruba del santo) lo aveva premiato e lui questo non lo avrebbe mai scordato. Mi mostrò il bastone africano, quello di cui parla nel film, un piccolo idolo di ebano, che portava sempre con sé, quasi un pegno agli spiriti degli antenati.
Insieme a Ruben Gonzalez, Ibrahim Ferrer era forse il talento più autentico e immutato nel tempo di tutta la combriccola messa insieme da Ry Cooder. A differenza di altri membri del gruppo (come Compay Segundo, ad esempio) Ferrer non solo aveva conquistato il mondo con la sua voce incantatrice e il suo stile incredibilmente elegante di interpretare i boleros e i son della tradizione, ma aveva riconquistato anche Cuba, il palcoscenico più difficile per gli artisti del suo genere. Mentre la fama di Compay, di Ochoa o dell'intramontabile Portuondo si è limitata in un certo senso alla facciata ufficiale, quella di Ferrer e di Gonzalez aveva toccato il cuore dei cubani, forse grazie alle loro personalità autentiche e alle loro storie di umiltà mai perduta e di gratitudine alla vita per i tardivi riconoscimenti ottenuti.
Musicalmente Ferrer era stato capace di ridare lustro a brani che i cubani consideravano ormai musica per vecchi nostalgici ed era stato capace di approfittare in pieno dell'opportunità ottenuta con Buena Vista per fare al meglio ciò che aveva sempre fatto.
Rimane come un testamento musicale il disco che Ferrer aveva appena presentato a Barcellona, Ay Candela, che si chiude con un guaguancò, un classico della rumba afrocubana, intitolato Todavia me queda voz (Mi rimane ancora voce).  

Postato da: KekeB a 16:40 | link | commenti (2) |
musica, personaggi, eventi

mercoledì, 08 giugno 2005
Negros, mulatos y colora'os

Negli ultimi giorni ho letto diversi articoli riguardanti la convivenza razziale a Cuba. Si tratta di un tema particolarmente delicato per la vita sociale dell'isola, in cui convivono fisiologicamente una quantità enorme di sfumature di colore, di origini geografiche e culturali in una mezcla che da un lato costituisce il nucleo centrale dell'essere cubani e dall'altro non è libero dai pregiudizi e dagli ostacoli razziali.
NOn è facile parlare di razzismo in un luogo in cui bianchi e negri (e tutte le sfumature intermedie) condividono lingua, stile di vita e, in buona parte, cultura. Eppure è il caso di farlo. Uno studio recente (uno degli articoli che mi hanno ispirato questo post) parla del recente aumento dei matrimoni interraziali e del fatto che tuttora una buona fetta della popolazione cubana sembri considerarli come un fatto poco conveniente da entrambi i lati. Va detto che in genere i problemi esistono quando si parla dei due estremi razziali presenti nell'isola. I bianchi-bianchi (difficile trovarne ma esistono) diretti discendenti dei coloni di varia provenienza, geneticamente abituati alla gestione del potere, all'accesso ai gradi più elevati di istruzione e all'appartenenza agli strati privilegiati della società. E i negri-negri (più numerosi dei primi), geneticamente marchiati dall'esperienza della schiavitù, dall'attitudine alla sottomissione o alla ribellione, e socialmente emarginati nelle fasce più povere, poco istruite e di minore responsabilità nella vita pubblica del paese.
In mezzo c'è un arcobaleno di colori che costituisce la maggioranza della popolazione e all'interno della quale è francamente difficile fare distinzioni. Solo a Cuba esistono parole per distinguere un mulato da un jabao, un trigueño da un indio o da un achinado.
In ragione del passato schiavista, per nulla lontano, è tuttora difficile che un padre di colore accetti di buon grado una relazione della propria figlia con un bianco, discendente dei padroni cattivi, o viceversa di una figlia bianca con un misero discendente dei reietti più emarginati. Diversa sarebbe l'opinione dei genitori di un maschio. Per un uomo di colore è sempre motivo di orgoglio esibire in pubblico una fidanzata o una moglie dalla pelle candida, e per un bianco non è affatto strano avere una relazione con una donna di colore (un po' di più, forse, sposarla, ma a Cuba non c'è una grande differenza).
Inoltre, è indubbio che i neri siano ancora lontani dall'essere degnamente rappresentati nelle posizioni di potere, nelle università o nelle professioni più esposte come quelle del turismo o delle comunicazioni. E' vero che si sentono spesso nel gergo comune frasi dal contenuto fortemente razzista come "e' così educato e fine che sembra un bianco" o "si comporta come un negro", e la cosa peggiore è che spesso frasi così sono pronunciate da persone di colore. Ma è vero anche che la maggior parte delle persone (soprattutto nelle città) non si sognerebbe neppure di selezionare le proprie amicizie o le relazioni sociali in base al colore della pelle.
Un fattore determinante in questo processo di miglioramento lo ha giocato, inoltre, la religione. La santeria, infatti, originariamente patrimonio esclusivo della popolazione negra si è diffusa a tal punto da avere adepti e iniziati in ogni fetta della società, di ogni colore ed estrazione sociale, tanto da determinare una certa ascesa dello status dei vecchi di colore, depositari delle conoscenze originarie della Regla de Ocha.
Il problema è che è profondamente sbagliato cercare di analizzare l'esistenza del razzismo a Cuba secondo i canoni europei, o occidentali in genere. In Europa è facile indirizzare il pregiudizio razziale su persone che provengono da altri paesi e che, oltre a un diverso colore, parlano un'altra lingua, hanno costumi totalmente diversi e generalmente appartengono a strati sociali molto bassi.
A Cuba il razzismo ha un contenuto fondamentalmente esteriore. IL negro è identificato con il modello della persona generalmente poco istruita, violenta e chiassosa, ribelle e superstiziosa. Il bianco con la persona elegante, educata e amabile, razionale e discreta. E' un modello che ho sentito spesso applicare da gente inequivocabilmente scura. Non c'è razzista peggiore dell'anziana mulatta che ha vissuto a servizio nelle case dei ricchi habaneros, ha ricevuto un'educazione di alta classe, ha appreso che cosa è lo stile e ha imparato a prendere le distanze dalle proprie radici africane.
I pregiudizi figliano pregiudizi e non è sufficiente una rivoluzione armata per farli diventare sterili. Continuano a riprodursi con le generazioni. In questi giorni all'Habana c'è Danny Glover a presiedere un convegno sull'importanza di dare spazio alla rappresentanza negra e india in America. I primi a crederci devono essere negri e indios.

Postato da: KekeB a 22:33 | link | commenti (1) |
eventi, società, habana

mercoledì, 25 maggio 2005
Buoni o cattivi? Riflessioni fuori dai riflettori

Ci sono argomenti, riguardo alla vita di Cuba, che faccio fatica ad affrontare. Non è che li consideri tabù, niente affatto, è che mi risulta difficile crearmi un'opinione. Un chiaro esempio di uanto dico è l'assemblea dei dissidenti che si è svolta all'Habana nei giorni scorsi e tutto il contorno di espulsioni, censure, commenti e stupidaggini scritte e dette in giro per il mondo.
Di fronte ad argomenti di questo genere, quando si tratta di Cuba, è quasi impossibile capire dove sta il confine tra torto e ragione, chi sono i buoni e chi i cattivi. A distanza di qualche giorno dalla bagarre che ha accompagnato lo storico evento voglio provare a fare qualche schematica riflessione. Proviamo, ad esempio, a fare il gioco dei buoni e cattivi.
Buoni: Assemblea per la promozione della società civile. Ovvero, i dissidenti: un paio di centinaia, che si sono riuniti per la prima volta pubblicamente nella Capitale dell'isola. Guardiamo meglio. In realtà sotto questa sigla unitaria si mescolano decine di gruppuscoli dell'opposizione che rappresentano solo una minima parte delle correnti anticastriste dell'isola. La fetta maggioritaria, quella di matrice cattolica, convinta della necessità di trovare una via dolce e soprattutto non guidata dagli Stati Uniti verso la democrazia, a quell'assemblea non c'è voluta andare. Troppe strumentalizzazioni, hanno detto i promotori del documento per la democratizzazione di Cuba, troppe influenze americane, troppe divergenze su obiettivi e metodi per condurre l'isola fuori dalla dittatura. Non sono stati in molti a far notare quest'assenza sulla stampa occidentale, eppure è fondamentale per capire il clima che circondava quei duecento, molti dei quali reduci da anni di carcere e di persecuzioni. Però, tra i buoni senza macchia e senza paura proprio non riesco a metterli.
Proviamo con i giornalisti occidentali che sono stati espulsi.
Cavalieri dell'informazione a cui il crudele regime totalitarista ha imbavagliato bocche e computer e, non senza pesanti torture psicologiche per fargli scucire le preziose informazioni di cui erano in possesso, ha rispedito a casa con il marchio di indesiderati? Fosse così, sarebbero buoni senza ombra di dubbio. Ma: tutti i giornalisti rimandati a casa erano a Cuba senza essere accreditati all'evento. Mi chiedo se gli americani farebbero entrare, che ne so, a Guantanamo durante una protesta dei detenuti, un gruppo di giornalisti non scrupolosamente vagliati dal governo... mah!
Certo, le espulsioni non fanno mai bene all'immagine di un governo che voglia mostrarsi democratico, ma mi sorge spontaneo un dubbio, forse perché con i giornalisti tendo ad essere un po' cattivella... Non è che per caso un giornalista che si presenta all'Habana con visto turistico proprio nei giorni in cui c'è l'assemblea dei dissidenti stia forse cercando di provocare un'esplusione? Insinuo il dubbio e nei buoni non ce li metto.
Cattivi a questo punto resterebbero il tiranno Fidel e i suoi scagnozzi della Polizia politica.
In linea di massima non vedo motivi per non classificarli così. Ma penso che tutti meritino una possibilità e voglio guardare meglio. Allora vedo un dittatore un po' sui generis, ma pur sempre dittatore, che vede da vicino la fine di un'epoca (e di una vita, la sua) e sta cercando di correre ai ripari dallo sfacelo che potenzialmente si abbatterà sull'isola quando non ci sarà più lui a tirare le fila di ogni cosa. E allora fa degli esperimenti. Prende un manipolo di persone che lo odiano e che hanno anche diversi buoni motivi per farlo e, dopo avergli somministrato abbondanti dosi di carceri popolari e rieducazione comunista, decide che sono casi disperati e permette loro addirittura di riunirsi pubblicamente, con tanto di appoggio dal nemico giurato Bush. Un bel passo avanti, direi. Non sono molti i dissidenti cinesi, o americani, che sono riusciti a fare altrettanto.
E la polizia? Premetto che la polizia cubana non mi ispira alcuna simpatia. In genere sono arroganti ragazzetti ignoranti che usano la divisa come scudo per sfogare le proprie frustrazioni (ma non è così un po' ovunque?). Però c'è un altro livello di polizia, quello che non sta per strada a chiedere il "carné 'e identida' " a chiunque abbia una faccia che gli sta sui cosiddetti...
C'è la polizia politica. Una brutta cosa, ovunque essa sia. E' fatta da uomini generalmente istruiti, generalmente intelligenti e molto motivati. Sono quelli con cui si sono trovati ad avere a che fare i tanti giornalisti occidentali rimandati a casa in questi giorni. Cattivi senza ombra di dubbio? A sentire la giornalista di Repubblica Francesca Caferri, neppure troppo. L'hanno trattata con gentilezza, con l'ironia di chi sa che sfrecciare per l'Habana a sirene spiegate a bordo di una Lada piena di ruggine e dai pneumatici lisci fa un po' ridere e l'hanno anche invitata a tornare presto a Cuba, questa volta per turismo vero...
Sono sempre più confusa. Nemmeno gli espulsi riescono a definire cattivi i propri aguzzini? Cuba fa questi strani scherzi un po' a tutti. Alla fine, tra buoni e cattivi mi sa che le uniche ragioni potrebbero stare dalla parte di chi non ha parlato. Magari a qualche giornalista potrebbe venire il desiderio di andare ad ascoltare...

Postato da: KekeB a 11:45 | link | commenti (3) |
politica, eventi, habana

mercoledì, 04 maggio 2005
L'arte del parlare

Usare la parola per comunicare è un concetto che fa parte del patrimonio genetico dell'homo sapiens. Eppure se ci fermiamo a riflettere un momento, ci accorgiamo che alla parola detta attribuiamo sempre meno importanza, fino a relegarla a uno dei mezzi di espressione meno nobili che conosciamo.
Inoltre, più una società è teconologicamente ed economicamente sviluppata, più la svalutazione della parola detta pesa sui rapporti sociali.
Cuba è uno di quei luoghi in cui le persone, ancora, parlano tanto. Si vive all'aria aperta, si condividono tanti spazi e si parla (e si sparla) tanto e di tutto. A volte ancora mi sorprendo di quante cose posso parlare nell'arco di un pomeriggio quando sto all'Habana e di quante ore posso trascorrere senza sentire il suono della mia voce quando vivo in Italia.
I cubani trascorrono moltissime ore a comunicare con gli altri. Quando non possono farlo direttamente, usano il telefono, per conversazioni interminabili quanto poco costose.
Ma c'è anche un altro aspetto da considerare. Cuba è un luogo in cui la cultura africana è fortemente radicata e meglio conservata di quanto possa accadere in alcuni paesi africani. La religione più diffusa, la santeria, si basa proprio sulla tradizione orale, sulla trasmissione delle conoscenze da padrino/madrina ad ahijado (figlioccio) e sui pataki, specie di favole/parabole, che servono ad apprendere e memorizzare le tantissime nozioni che la pratica di questa religione richiede di conoscere.
Le favole. A Cuba - e in buona parte dell'America latina - si raccontano ancora tante favole, e non solo ai bambini.
E questo spiega perché all'Habana si organizza ogni anno in questo periodo un evento che considero di per sé poetico e un po' commovente: la Fiesta de la Palabra (festa della parola). Si tratta di un festival dedicato ai cantastorie, ai depositari di tradizioni orali antiche, a chi ha fatto di questo mezzo di comunicazione un'arte vera e propria e, in alcuni casi, la insegna anche.
Quest'anno la Fiesta è dedicata alla Colombia, altra nazione in cui di storie se ne raccontano tante, per strada, nelle case, ma anche a scuola e nelle accademie di arte.
Mi piacerebbe esserci quando Haydeé Arteaga, ultraottantenne, intratterrà il pubblico con i suoi cuentos del patio...

Postato da: KekeB a 13:43 | link | commenti |
eventi, religione, società, santeria, habana

domenica, 24 aprile 2005
In tanti è più bello

"El hombre que canta es más feliz, más realizado. Del mismo modo que la palabra en el lenguaje es la forma más directa para expresarse, el canto es una de las principales fuentes de expresión. La gente que canta engrandece su espíritu".
Digna Guerra, directora del Coro Nacional de Cuba.

Cantare in coro è un'esperienza che consiglio a tutti, soprattutto ai cantanti professionisti che aspirano a una carriera da solisti. Fondere la propria voce assieme a quella di tanti altri per diventare non solo uno strumento melodico, ma anche armonico e ritmico, non è affatto facile e non può essere considerato un passatempo per melomani frustrati.
La riflessione nasce paragonando le esperienze corali fatte a Cuba con quelle fatte in Italia.
A Cuba il coro è parte fondamentale della storia musicale e culturale del paese. I canti afrocubani e i canti religiosi non possono prescindere dalla sua presenza; la musica nasce dal rapporto tra "diana" - voce solista - e coro, così come nella tragedia greca non vi è esposizione del fatto senza un coro che faccia da testimone e motore della narrazione.
Ma il coro è diventato anche un tassello fondamentale della formazione musicale dei giovani cubani in tutte le scuole e i conservatori tanto che ora l'isola possiede alcune delle più prestigiose formazioni vocali del mondo. Cuba è anche uno dei pochi posti dove ancora i quartetti e i quintetti vocali riscuotono successo e piazzano brani in hit parade. Proprio in questi giorni la Habana ospita un festival dedicato a questo tipo di espressione musicale: si chiama Corhabana e ospita formazioni provenienti da diverse nazioni, tra cui anche gli Stati Uniti.
Invito gli interessati a trovare qualche brano cantato dal Coro Nacional o dal Coralina, tanto per farsi un'idea di che cosa si riesca a fare con le sole voci umane. La ricchezza ritmica è (come è ovvio nel paese della poliritmia e della clave) la nota distintiva delle formazioni cubane rispetto a quelle a cui il pubblico europeo e nordamericano è in genere abituato.
Se si è abituati a pensare ai cori solo nelle situazioni operistiche/classiche, ai cori gospel o a quelli dai capelli imbiancati che popolano le feste di paese, allora è il momento di cambiare opinione.
Se poi si ha come ambizione quella di mettersi davanti a un microfono e cantare, allora mettere in gioco la propria intonazione, la gestione dei volumi, l'indipendenza uditiva e la gioia di condividere l'esperienza stessa del canto con altri, un coro è il posto migliore per crescere e capire quali sono i nostri punti deboli. Le prestazioni da solista miglioreranno sensibilmente... oppure si cambierà mestiere.

Postato da: KekeB a 19:15 | link | commenti |
musica, eventi

sabato, 05 marzo 2005
Al compas del danzon

 A mi me gusta el danzon... lo dice una rima di una celebre rumba, e sottoscrivo in pieno. Ma che cosa sia questo danzon, non sono in molti a saperlo fuori dall'Isola. Perfino a Cuba, dove tutti sanno che cos'è e come suona, sono rimasti in pochi a sapere come si balla e raramente hanno meno di settant'anni...
Si, perché il danzon è innanzitutto un ballo, anzi, per molto tempo è stato Il Ballo per antonomasia, quello per cui le coppie si mettevano l'abito più elegante e andavano al salòn, dove orchestre di archi, flauti e percussioni accompagnavano serate sfavillanti.
Il danzon è il parente ricco di tanti altri balli da sala più recenti, il più celebre dei quali è il cha-cha. Musicalmente è una costruzione perfetta, basata su moduli orchestrali cadenzati su variazioni di danza e contradanza, dalle chiare radici europee per quanto riguarda la melodia, ma assolutamente cubana nel virile movimento dei timbales, che proprio in questo genere hanno trovato il loro regno. Nel danzon questo strumento magnifico, a metà strada tra i classici timpani e le percussioni afrocubane, hanno trovato il terreno per svilupparsi e diventare quello che sono oggi. Il danzon è anche uno dei pochi generi musicali che può dire di avere una data e un luogo di nascita: Matanzas, primo gennaio 1879, quando Miguel Failde presentò la sua composizione Las Alturas de Simpson. Da quel momento il danzon divenne una febbre che coinvolse l'alta società cubana e anche quella borghesia mulatta che amava ballare ma voleva mantenere le distanze dal "volgare" folklore afrocubano. Il danzon fece scandalo: i corpi erano troppo vicini e i timbales troppo ammiccanti. Ma fece presa tanto che attraversò tutto il ventesimo secolo facendo la fortuna di artisti come Barbarito Diez, la voce di velluto, e di orchestre tuttora in auge come la Aragon. Poi, son, salsa, mambo e cha-cha presero piede soppiantando il troppo compassato ballo dell'abanico (ventaglio) e delle gonne lunghe.
Come tutte le mode, anche il danzon sembra destinato ad avere il suo momento di ricorso storico. A Cuba sono diversi i gruppi di appassionati che si incontrano periodicamente per rinverdire i fasti di questo genere musicale, mai del tutto tramontato e spesso rigenerato in versioni moderne da artisti contemporanei che ne hanno offerto riletture preziose (per esempio in chiave jazz). E' vero che spesso i membri piu giovani di questi club di amanti del danzon hanno circa settant'anni, ma pare che ultimamente parecchi giovani stiano riscoprendo questo ballo sobrio e raffinato. E' per questo che all'Habana, per il secondo anno consecutivo, viene dedicato al danzon un festival specifico, che si svolgerà dal 23 marzo e comprenderà convegni, seminari, dimostrazioni di ballo, concorsi e concerti. Quest'anno il festival ospiterà anche musicisti ed esperti dal Messico, paese in cui il danzon si è felicemente trapiantato e dove è rimasto sempre in voga, anche quando a Cuba sembrava tramontato.

Postato da: KekeB a 17:57 | link | commenti |
musica, eventi

mercoledì, 02 marzo 2005
Tempo di Carnevale

 Tra febbraio e marzo in tutta Cuba si festeggia uno dei tre periodi di Carnevale che si celebrano nell'isola: questo invernale, un altro a novembre e quello più popolare a Santiago, a Luglio.
Come in tutto il Caribe, anche a Cuba il Carnevale è da sempre una festa popolare di enorme impatto, un rito di strada dalle radici indecifrabili, un'altra espressione della mezcla che caratterizza ogni aspetto della vita dell'isola. La storia del carnevale cubano riflette un po' quella politica e sociale dell'isola. Dalla fine del 1500, quando era soprattutto un'occasione per gli schiavi liberati di esprimere le proprie radici e di dare libero sfogo a canti e balli tradizionali, fino al 1914, quando le comparsate carnevalesche furono proibite.
Ripresero nel 1937, coinvolgendo anche la popolazione bianca, anche se la vera protagonista del Carnevale cubano fu sempre, ed è ancora, la musica della Conga. Particolarmente sentita a Oriente, la conga è un genere musicale di radici africane, con contaminazioni singolari (per esempio la presenza della "trompeta china") e poliritmie che differiscono di città in città e identificano la singola Comparsa, ovvero il corteo che segue il gruppo di percussionisti e musicisti ballando e rispondendo ai cori, senza tregua.
All'Habana, le comparse dei vari quartieri percorrevano tradizionalmente l'intero Malecon, formando un corteo sempre più nutrito e concorrendo una contro l'altra a volte in maniera anche piuttosto violenta (con l'aiuto della cosiddetta "pipa", il boccalone di una specie di cocktail di birra nazionale e ron di bassa lega servito gratuitamente da autocisterne).
I disordini e le violenze sono stati uno dei pretesti per regimentare il carnevale habanero e farlo diventare, nelle ultime edizioni, un evento fondamentalmente dedicato ai turisti stranieri che, comodamente seduti in una tribuna da stadio, appositamente allestita nella parte più ampia del Malecon, a pochi passi dal prestigiosissimo Nacional, si godono il passaggio di comparse e congas ordinate e contenute. Questo non vuol dire che qualche metro più in là, in zone meno "presentabili" di Centro Habana la festa continui a essere patrimonio popolare e occasione di grandi sbronze, balli sfrenati e percussioni in libertà.

Postato da: KekeB a 20:39 | link | commenti |
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