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Habana blues è un film con diversi strati di lettura, a seconda di cosa significa Cuba, la Habana in particolare, per una persona. Si può guardare con l'occhio nostalgico del turista appassionato, con l'orecchio attento dell'amante della musica (e di musica ce n'è tanta e ottima, finalmente diversa da quella amata da Ry Cooder) e si può vedere con la partecipazione di chi certe cose le ha viste o le ha vissute.
La vicenda del film è quella di una marea di famiglie cubane. La voglia di andarsene, il desiderio di emergere da una routine di piccole battaglie quotidiane per la sopravvivenza spicciola, la consapevolezza di valere e la costante sensazione che questo valore sia in qualche modo lasciato ad ammuffire poco a poco. La frustrazione cubana è ormai un sentimento massificato. La naciòn cansada dice il verso di una delle canzoni della colonna sonora. Ed è così. Quella cubana è una frustrazione che non ha nulla a che vedere con quella del singolo individuo incapace di veder riconosciute le proprie potenzialità, è ormai un senso collettivo di disfatta e contemporaneamente una coscienza di sé, del proprio patrimonio culturale che non ha pari in altri luoghi depressi del pianeta.
Cuba è tanto più stanca quanto più colta e consapevole. E chi può se ne va. Se ne vanno tutti. O sognano di farlo. Non più con il cieco entusiasmo degli anni ottanta,ma sapendo che una volta "là" bisognerà fare i conti con la nostalgia, con la separazione, la lontananza che è tanto più profonda quanto maggiore è la difficoltà di comunicare, l'idea stessa che non si può semplicemente comprare un biglietto aereo e tornare.
Con questi sentimenti convivono tante, tantissime famiglie cubane. Quasi tutti i bambini che fanno parte della mia cerchia di conoscenze hanno almeno un familiare stretto se non un genitore lontano. Crescono aspettando sempre qualcosa: una lettera, una foto, una telefonata, una carta d'invito, un ritorno. E a volte l'attesa diventa inutile.
E' questo il blues cubano. E come ogni sentimento, sull'isola, si trasforma in musica.
Ottima musica. Credo che nessun cubano possa trattenere una lacrima ascoltando Arenas de Soledad o Habana Blues. Per chi lo spagnolo lo mastica ma non troppo, qui c'è tutto, anche i testi delle canzoni.
Otto bambini sono morti negli ultimi giorni nei dintorni dell'Habana a causa di un virus non ancora identificato.
Detta così la notizia non fa una grande impressione. In fondo, cose di questo genere capitano ogni giorno moltiplicate per grandi numeri in moltissime zone depresse del pianeta.
Parlando di Cuba, invece, la notizia fa parlare. L'ho trovata in parecchi notiziari americani (del Nord e del Sud America) e anche in qualche notiziario spagnolo.
All'Habana questo fatto è sulla bocca di tutti. I cubani non sono abituati a sentire che i propri bambini muoiono di strane malattie. Nel 2004 Cuba ha raggiunto, secondo fonti Unicef, il più basso tasso di mortalità infantile di tutto il Sud America ed è tra i primi 30 paesi al mondo per quanto riguarda questo fondamentale indice dello sviluppo igienico-sanitario di un paese.
Per questo la morte di otto bambini colpisce.
Colpisce e fa male a chi conosce la cura che i cubani dedicano ai propri piccoli. I medici fanno sapere che il virus potrebbe essere una conseguenza delle peggiorate condizioni igieniche dopo il passaggio del ciclone . Già, perché forse non tutti sanno che buona parte dei dintorni della capitale dell'isola sono rimasti a lungo senza acqua corrente, senza elettricità né collegamenti telefonici (dove già ce n'erano pochi).
Perfino in alcuni quartieri della città la luce continua ad andare e venire peggio del solito e l'acqua è sparita per qualche giorno. Nei negozi di alimentari i prezzi sono volati alle stelle e nelle bodegas (negozi dove si vendono merci calmierate acquistabili con la moneta nazionale) c'è il vuoto totale. Se già prima dell'uragano era consigliabile bollire l'acqua da bere per gran parte dei cittadini della capitale, adesso è assolutamente consigliato farlo dai medici che si stanno occupando dei casi di queste morti.
Mi fa impressione. Mi fa impressione vedere come le due facce dell'isola si stiano a poco a poco sempre più distanziando per cause umane o per cause naturali, come il passaggio di un ciclone.
Da un lato Cuba assomiglia sempre di più ad altri luoghi del Centro America, con i segni più pesanti di una povertà sempre meno dissimulabile. Dall'altra ha dentro di sé un nucleo pesante di conoscenza e cultura (in campo medico, per esempio) che rende questa poverta ancora più insopportabile e faticosa da vivere.
A settembre volevo tornare all'Habana perché la mia bambina cominciasse a conoscere l'altra parte della sua famiglia. In altri tempi non avrei avuto un secondo di titubanza a portarci mia figlia. Tutt'altro, mi sarei sentita più sicura che in qualsiasi altro posto al mondo. E adesso?
Negli ultimi giorni ho letto diversi articoli riguardanti la convivenza razziale a Cuba. Si tratta di un tema particolarmente delicato per la vita sociale dell'isola, in cui convivono fisiologicamente una quantità enorme di sfumature di colore, di origini geografiche e culturali in una mezcla che da un lato costituisce il nucleo centrale dell'essere cubani e dall'altro non è libero dai pregiudizi e dagli ostacoli razziali.
NOn è facile parlare di razzismo in un luogo in cui bianchi e negri (e tutte le sfumature intermedie) condividono lingua, stile di vita e, in buona parte, cultura. Eppure è il caso di farlo. Uno studio recente (uno degli articoli che mi hanno ispirato questo post) parla del recente aumento dei matrimoni interraziali e del fatto che tuttora una buona fetta della popolazione cubana sembri considerarli come un fatto poco conveniente da entrambi i lati. Va detto che in genere i problemi esistono quando si parla dei due estremi razziali presenti nell'isola. I bianchi-bianchi (difficile trovarne ma esistono) diretti discendenti dei coloni di varia provenienza, geneticamente abituati alla gestione del potere, all'accesso ai gradi più elevati di istruzione e all'appartenenza agli strati privilegiati della società. E i negri-negri (più numerosi dei primi), geneticamente marchiati dall'esperienza della schiavitù, dall'attitudine alla sottomissione o alla ribellione, e socialmente emarginati nelle fasce più povere, poco istruite e di minore responsabilità nella vita pubblica del paese.
In mezzo c'è un arcobaleno di colori che costituisce la maggioranza della popolazione e all'interno della quale è francamente difficile fare distinzioni. Solo a Cuba esistono parole per distinguere un mulato da un jabao, un trigueño da un indio o da un achinado.
In ragione del passato schiavista, per nulla lontano, è tuttora difficile che un padre di colore accetti di buon grado una relazione della propria figlia con un bianco, discendente dei padroni cattivi, o viceversa di una figlia bianca con un misero discendente dei reietti più emarginati. Diversa sarebbe l'opinione dei genitori di un maschio. Per un uomo di colore è sempre motivo di orgoglio esibire in pubblico una fidanzata o una moglie dalla pelle candida, e per un bianco non è affatto strano avere una relazione con una donna di colore (un po' di più, forse, sposarla, ma a Cuba non c'è una grande differenza).
Inoltre, è indubbio che i neri siano ancora lontani dall'essere degnamente rappresentati nelle posizioni di potere, nelle università o nelle professioni più esposte come quelle del turismo o delle comunicazioni. E' vero che si sentono spesso nel gergo comune frasi dal contenuto fortemente razzista come "e' così educato e fine che sembra un bianco" o "si comporta come un negro", e la cosa peggiore è che spesso frasi così sono pronunciate da persone di colore. Ma è vero anche che la maggior parte delle persone (soprattutto nelle città) non si sognerebbe neppure di selezionare le proprie amicizie o le relazioni sociali in base al colore della pelle.
Un fattore determinante in questo processo di miglioramento lo ha giocato, inoltre, la religione. La santeria, infatti, originariamente patrimonio esclusivo della popolazione negra si è diffusa a tal punto da avere adepti e iniziati in ogni fetta della società, di ogni colore ed estrazione sociale, tanto da determinare una certa ascesa dello status dei vecchi di colore, depositari delle conoscenze originarie della Regla de Ocha.
Il problema è che è profondamente sbagliato cercare di analizzare l'esistenza del razzismo a Cuba secondo i canoni europei, o occidentali in genere. In Europa è facile indirizzare il pregiudizio razziale su persone che provengono da altri paesi e che, oltre a un diverso colore, parlano un'altra lingua, hanno costumi totalmente diversi e generalmente appartengono a strati sociali molto bassi.
A Cuba il razzismo ha un contenuto fondamentalmente esteriore. IL negro è identificato con il modello della persona generalmente poco istruita, violenta e chiassosa, ribelle e superstiziosa. Il bianco con la persona elegante, educata e amabile, razionale e discreta. E' un modello che ho sentito spesso applicare da gente inequivocabilmente scura. Non c'è razzista peggiore dell'anziana mulatta che ha vissuto a servizio nelle case dei ricchi habaneros, ha ricevuto un'educazione di alta classe, ha appreso che cosa è lo stile e ha imparato a prendere le distanze dalle proprie radici africane.
I pregiudizi figliano pregiudizi e non è sufficiente una rivoluzione armata per farli diventare sterili. Continuano a riprodursi con le generazioni. In questi giorni all'Habana c'è Danny Glover a presiedere un convegno sull'importanza di dare spazio alla rappresentanza negra e india in America. I primi a crederci devono essere negri e indios.
Ci sono argomenti, riguardo alla vita di Cuba, che faccio fatica ad affrontare. Non è che li consideri tabù, niente affatto, è che mi risulta difficile crearmi un'opinione. Un chiaro esempio di uanto dico è l'assemblea dei dissidenti che si è svolta all'Habana nei giorni scorsi e tutto il contorno di espulsioni, censure, commenti e stupidaggini scritte e dette in giro per il mondo.
Di fronte ad argomenti di questo genere, quando si tratta di Cuba, è quasi impossibile capire dove sta il confine tra torto e ragione, chi sono i buoni e chi i cattivi. A distanza di qualche giorno dalla bagarre che ha accompagnato lo storico evento voglio provare a fare qualche schematica riflessione. Proviamo, ad esempio, a fare il gioco dei buoni e cattivi.
Buoni: Assemblea per la promozione della società civile. Ovvero, i dissidenti: un paio di centinaia, che si sono riuniti per la prima volta pubblicamente nella Capitale dell'isola. Guardiamo meglio. In realtà sotto questa sigla unitaria si mescolano decine di gruppuscoli dell'opposizione che rappresentano solo una minima parte delle correnti anticastriste dell'isola. La fetta maggioritaria, quella di matrice cattolica, convinta della necessità di trovare una via dolce e soprattutto non guidata dagli Stati Uniti verso la democrazia, a quell'assemblea non c'è voluta andare. Troppe strumentalizzazioni, hanno detto i promotori del documento per la democratizzazione di Cuba, troppe influenze americane, troppe divergenze su obiettivi e metodi per condurre l'isola fuori dalla dittatura. Non sono stati in molti a far notare quest'assenza sulla stampa occidentale, eppure è fondamentale per capire il clima che circondava quei duecento, molti dei quali reduci da anni di carcere e di persecuzioni. Però, tra i buoni senza macchia e senza paura proprio non riesco a metterli.
Proviamo con i giornalisti occidentali che sono stati espulsi.
Cavalieri dell'informazione a cui il crudele regime totalitarista ha imbavagliato bocche e computer e, non senza pesanti torture psicologiche per fargli scucire le preziose informazioni di cui erano in possesso, ha rispedito a casa con il marchio di indesiderati? Fosse così, sarebbero buoni senza ombra di dubbio. Ma: tutti i giornalisti rimandati a casa erano a Cuba senza essere accreditati all'evento. Mi chiedo se gli americani farebbero entrare, che ne so, a Guantanamo durante una protesta dei detenuti, un gruppo di giornalisti non scrupolosamente vagliati dal governo... mah!
Certo, le espulsioni non fanno mai bene all'immagine di un governo che voglia mostrarsi democratico, ma mi sorge spontaneo un dubbio, forse perché con i giornalisti tendo ad essere un po' cattivella... Non è che per caso un giornalista che si presenta all'Habana con visto turistico proprio nei giorni in cui c'è l'assemblea dei dissidenti stia forse cercando di provocare un'esplusione? Insinuo il dubbio e nei buoni non ce li metto.
Cattivi a questo punto resterebbero il tiranno Fidel e i suoi scagnozzi della Polizia politica.
In linea di massima non vedo motivi per non classificarli così. Ma penso che tutti meritino una possibilità e voglio guardare meglio. Allora vedo un dittatore un po' sui generis, ma pur sempre dittatore, che vede da vicino la fine di un'epoca (e di una vita, la sua) e sta cercando di correre ai ripari dallo sfacelo che potenzialmente si abbatterà sull'isola quando non ci sarà più lui a tirare le fila di ogni cosa. E allora fa degli esperimenti. Prende un manipolo di persone che lo odiano e che hanno anche diversi buoni motivi per farlo e, dopo avergli somministrato abbondanti dosi di carceri popolari e rieducazione comunista, decide che sono casi disperati e permette loro addirittura di riunirsi pubblicamente, con tanto di appoggio dal nemico giurato Bush. Un bel passo avanti, direi. Non sono molti i dissidenti cinesi, o americani, che sono riusciti a fare altrettanto.
E la polizia? Premetto che la polizia cubana non mi ispira alcuna simpatia. In genere sono arroganti ragazzetti ignoranti che usano la divisa come scudo per sfogare le proprie frustrazioni (ma non è così un po' ovunque?). Però c'è un altro livello di polizia, quello che non sta per strada a chiedere il "carné 'e identida' " a chiunque abbia una faccia che gli sta sui cosiddetti...
C'è la polizia politica. Una brutta cosa, ovunque essa sia. E' fatta da uomini generalmente istruiti, generalmente intelligenti e molto motivati. Sono quelli con cui si sono trovati ad avere a che fare i tanti giornalisti occidentali rimandati a casa in questi giorni. Cattivi senza ombra di dubbio? A sentire la giornalista di Repubblica Francesca Caferri, neppure troppo. L'hanno trattata con gentilezza, con l'ironia di chi sa che sfrecciare per l'Habana a sirene spiegate a bordo di una Lada piena di ruggine e dai pneumatici lisci fa un po' ridere e l'hanno anche invitata a tornare presto a Cuba, questa volta per turismo vero...
Sono sempre più confusa. Nemmeno gli espulsi riescono a definire cattivi i propri aguzzini? Cuba fa questi strani scherzi un po' a tutti. Alla fine, tra buoni e cattivi mi sa che le uniche ragioni potrebbero stare dalla parte di chi non ha parlato. Magari a qualche giornalista potrebbe venire il desiderio di andare ad ascoltare...
Usare la parola per comunicare è un concetto che fa parte del patrimonio genetico dell'homo sapiens. Eppure se ci fermiamo a riflettere un momento, ci accorgiamo che alla parola detta attribuiamo sempre meno importanza, fino a relegarla a uno dei mezzi di espressione meno nobili che conosciamo.
Inoltre, più una società è teconologicamente ed economicamente sviluppata, più la svalutazione della parola detta pesa sui rapporti sociali.
Cuba è uno di quei luoghi in cui le persone, ancora, parlano tanto. Si vive all'aria aperta, si condividono tanti spazi e si parla (e si sparla) tanto e di tutto. A volte ancora mi sorprendo di quante cose posso parlare nell'arco di un pomeriggio quando sto all'Habana e di quante ore posso trascorrere senza sentire il suono della mia voce quando vivo in Italia.
I cubani trascorrono moltissime ore a comunicare con gli altri. Quando non possono farlo direttamente, usano il telefono, per conversazioni interminabili quanto poco costose.
Ma c'è anche un altro aspetto da considerare. Cuba è un luogo in cui la cultura africana è fortemente radicata e meglio conservata di quanto possa accadere in alcuni paesi africani. La religione più diffusa, la santeria, si basa proprio sulla tradizione orale, sulla trasmissione delle conoscenze da padrino/madrina ad ahijado (figlioccio) e sui pataki, specie di favole/parabole, che servono ad apprendere e memorizzare le tantissime nozioni che la pratica di questa religione richiede di conoscere.
Le favole. A Cuba - e in buona parte dell'America latina - si raccontano ancora tante favole, e non solo ai bambini.
E questo spiega perché all'Habana si organizza ogni anno in questo periodo un evento che considero di per sé poetico e un po' commovente: la Fiesta de la Palabra (festa della parola). Si tratta di un festival dedicato ai cantastorie, ai depositari di tradizioni orali antiche, a chi ha fatto di questo mezzo di comunicazione un'arte vera e propria e, in alcuni casi, la insegna anche.
Quest'anno la Fiesta è dedicata alla Colombia, altra nazione in cui di storie se ne raccontano tante, per strada, nelle case, ma anche a scuola e nelle accademie di arte.
Mi piacerebbe esserci quando Haydeé Arteaga, ultraottantenne, intratterrà il pubblico con i suoi cuentos del patio...
Il lungomare dell'Habana. Sette chilometri di muro, di sale, di odori spesso indecifrabili, di spazzatura e commerci, ma soprattutto di umanità varia, locale e straniera. La prima con gli occhi sempre ben aperti sul lato della strada, la seconda con lo sguardo lontano verso l'orizzonte o strizzato alla luce incandescente del tramonto.
Il Malecon dell'Habana è molto di più che sette chilometri di strada; è un simbolo, è un luogo che riunisce le caratteristiche identificanti di una città e, in parte, dell'intera isola e, come tutti i simboli, li amplifica e li esalta, nel bene e nel male.
Il Malecon, pezzo più pezzo meno, ha compiuto cento anni da poco. E così, ecco due luoghi virtuali dove si può fare un giro nella sua storia, che è anche la storia recente di un'isola e della sua gente.
Cubanet: http://www.cubanet.org/CNews/y05/feb05/03a8.htm
Plan Malecon:
http://www.ohch.cu/p_plan_malecon.htm
...
El Malecon de la Habana. Siete kilometros de muro, de sal, de olores a veces indecifrables, de basura y comercios, pero sobre todo de varia humanidad, local y extranjera. La primera con los ojos siempre bien abiertos hacia la calle, la segunda con la mirada perdida hacia el horizonte o guiñada a la luz incandescente de la puesta del sol. El Malecón de la Habana es mucho más de siete kilometros de avenida; es un símbulo, es un lugar donde confluyen los carácteres identificativos de una ciudad y, en parte, de la entera isla y, como todos los símbulos, los amplifica y los fortaleze en positivo y en negativo.
El Malecón, tramo más tramo menos, cumplió hace poco cien años. Y por esto, aquí están dos sitios virtuales donde se puede hacer un pequeño recorrido en su historia que es también la historia reciente de una isla y de su gente.
Cubanet: http://www.cubanet.org/CNews/y05/feb05/03a8.htm
Plan Malecon:
http://www.ohch.cu/p_plan_malecon.htm
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