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Habana blues è un film con diversi strati di lettura, a seconda di cosa significa Cuba, la Habana in particolare, per una persona. Si può guardare con l'occhio nostalgico del turista appassionato, con l'orecchio attento dell'amante della musica (e di musica ce n'è tanta e ottima, finalmente diversa da quella amata da Ry Cooder) e si può vedere con la partecipazione di chi certe cose le ha viste o le ha vissute.
La vicenda del film è quella di una marea di famiglie cubane. La voglia di andarsene, il desiderio di emergere da una routine di piccole battaglie quotidiane per la sopravvivenza spicciola, la consapevolezza di valere e la costante sensazione che questo valore sia in qualche modo lasciato ad ammuffire poco a poco. La frustrazione cubana è ormai un sentimento massificato. La naciòn cansada dice il verso di una delle canzoni della colonna sonora. Ed è così. Quella cubana è una frustrazione che non ha nulla a che vedere con quella del singolo individuo incapace di veder riconosciute le proprie potenzialità, è ormai un senso collettivo di disfatta e contemporaneamente una coscienza di sé, del proprio patrimonio culturale che non ha pari in altri luoghi depressi del pianeta.
Cuba è tanto più stanca quanto più colta e consapevole. E chi può se ne va. Se ne vanno tutti. O sognano di farlo. Non più con il cieco entusiasmo degli anni ottanta,ma sapendo che una volta "là" bisognerà fare i conti con la nostalgia, con la separazione, la lontananza che è tanto più profonda quanto maggiore è la difficoltà di comunicare, l'idea stessa che non si può semplicemente comprare un biglietto aereo e tornare.
Con questi sentimenti convivono tante, tantissime famiglie cubane. Quasi tutti i bambini che fanno parte della mia cerchia di conoscenze hanno almeno un familiare stretto se non un genitore lontano. Crescono aspettando sempre qualcosa: una lettera, una foto, una telefonata, una carta d'invito, un ritorno. E a volte l'attesa diventa inutile.
E' questo il blues cubano. E come ogni sentimento, sull'isola, si trasforma in musica.
Ottima musica. Credo che nessun cubano possa trattenere una lacrima ascoltando Arenas de Soledad o Habana Blues. Per chi lo spagnolo lo mastica ma non troppo, qui c'è tutto, anche i testi delle canzoni.
In questi giorni si trova a Roma Gregorio Hernandez, detto il Goyo. Il Goyo è un personaggio fondamentale nella storia della musica e della cultura afro-cubana in generale e, in patria, sono in pochi a non sapere chi sia.
Gregorio Hernandez è tra i fondatori del Conjunto Folklorico Nacional, la principale bandiera del patrimonio artistico di matrice africana e uno dei pilastri della sua conservazione e perpetuazione dentro e fuori dall'isola.
Contemporaneamente, Goyo insegna all'Instituo superior de Arte dell'Habana e collabora con i principali artisti, da Van Van a Tata Guines, dal defunto Lazaro Ros al gruppo Sintesis.
Con i suoi settanta e passa anni al Goyo piace un sacco viaggiare. Metà dell'anno lo passa in giro per il mondo ad insegnare balli afro-cubani e fare stages di canto e musica afro. Vedere quest'uomo dinoccolato e canuto trasformarsi in un agile cacciatore con arco e frecce quando balla Ochosi è un'esperienza indimenticabile, così come lo è frequentare uno dei suoi corsi. Le persone come Gregorio Hernandez sono delle biblioteche itineranti. Nella loro memoria risiede un patrimonio culturale che non ha valore e di cui spesso loro stessi ignorano l'estensione, visto che si tratta di un tesoro tramandato a voce, raramente trascritto se non in rapidi appunti a matita. A maggior ragione lo sforzo didattico del Goyo è importantissimo per preservare l'integrità e l'autenticità di una cultura che ogni giorno, nelle nostre palestre, nelle discoteche di musica "latina", nelle scuole di musica, viene violentata e aggredita da sedicenti maestri, coreografi, esperti di afro-cubanismi, che incredibilmente godono spesso di un seguito notevole e che insegnano nozioni che loro stessi ignorano. Troppe volte ho visto ballare Elegguà mettendo i passi su toques che appartengono ad altri Orishas o, nelle migliori ipotesi, senza avere idea di cosa sia la clave, oppure si sentono allievi di percussioni ripetere meccanicamente spartiti scritti da solerti trascrittori di dischi di gruppi cubani, perdendo così totalmente il senso stesso della percussione afro, quell'istinto interiore che nasce dal battito del cuore, dal flusso del sangue e dal fervore che da' ritmo ad ogni colpo e rende ogni rumba diversa dall'altra, ogni quinto un quinto originale,
Per non parlare di quello che succede alla regla de Ocha, la religione Lucumi, che mentre aggrega un sempre maggior numero di seguaci di ogni paese del mondo, perde via via la sua integrità morale, le sue regole, e le sue splendide tradizioni culturali, tra cui, esempio eclatante, la lingua e i canti.
Vista la situazione, ci si aspetterebbe che l'arrivo del Goyo in una città come Roma, dove Cuba è un marchio inflazionato ad ogni angolo di strada, venisse celebrato da un mare di persone, che si mettono in lista di attesa pur di frequentare una lezione di ballo o uno stage di canto con un vero maestro, cosa che accade puntualmente a Parigi, ad Amsterdam, a Bruxelles.
Invece no. Invece Goyo arriva e si ritrova ad insegnare danza in un locale-ristorante-discoteca totalmente deserto e a cantare rumba e bata con i migliori musicisti presenti in Italia per un pubblico di salseri che non hanno idea di dove mettere i piedi al ritmo del guaguanco.
La colpa non è del Goyo, e neppure del pubblico romano. La qualità si riconosce quando la si può conoscere. Il fatto è che non sono in molti ad avere interesse a farla conoscere. Cuba è diventata una sorta di parola magica che permette a un sacco di persone di guadagnare denaro vendendo cose di cui spesso hanno a malapena sentito parlare a persone che non ne hanno mai sentito parlare. Competere con un maestro del calibro del Goyo o di molti altri che girano spesso in Europa mette a repentaglio un business non indifferente. Così lo si invita, ma un po' in sordina, senza fare troppa pubblicità. Tanto i suoi fedelissimi se li porta dietro lo stesso... E' un peccato. E anche una mancanza di rispetto.
Venerdì mattina a Parigi ci sarà il funerale di Alfredo Rodriguez. Non so a quante persone questo nome possa suonare familiare, ma per i veri appassionati di musica cubana si tratta di un nome che ha firmato uno dei più bei capitoli del jazz-latino degli ultimi decenni: Cuba Linda.
Rodriguez era un eccellente pianista, ma era anche uno di quei personaggi che non amano scendere a compromessi di nessun tipo. Suonava perché gli piaceva, con chi gli piaceva e dove voleva lui. Componeva, a volte, ma non abbastanza da attirare i grandi discografici e con il business non aveva alcuna dimestichezza.
Eppure, il suo nome era sulla bocca di tutti i musicisti migliori che Cuba e dintorni abbiano sfornato negli ultimi tempi. Alfredito aveva lavorato con i migliori e non si era mai fermato alla superficie. I suoi gruppi comprendevano persone provenienti da tutto il mondo. Uno dei suoi percussionisti preferiti, per esempio, è sempre stato il romano Roberto Evangelisti.
Aveva girato il mondo, parlava diverse lingue, tutte un po' a modo suo, ma il suo linguaggio preferito era il jazz, con tutte le sue declinazioni.
Tra New York, Miami e Parigi, Alfredo Rodriguez aveva prestato le sue elegantissime dita a tantissime produzioni, più o meno di successo, ma la sua attività si era poco a poco ristretta a quella di pianista di club, seguito da una cerchia di fedelissimi, una cerchia ristretta ed elitaria.
Fino al 1996. Alfredito torna a Cuba per partecipare ad una produzione importante. Per lui è un'occasione d'oro. Finite le registrazioni del disco si mette a lavorare con gli stessi musicisti (tra cui Tata Guines) ma stavolta le idee, lo stile, il sabor, sono tutta farina del suo sacco. L'idea base è qualcosa che, in senso cubano, ha qualcosa di rivoluzionario: il piano e la comparsa santiaguera insieme. Cose mai sentite. Ne esce Cuba Linda. Un disco bellissimo, uno di quelli che non possono mancare nella collezione di chi ama davvero il sound cubano.
Cuba LInda è la firma di Alfredito Rodriguez. Da allora in poi, ha continuato a muoversi su un piano un po' ritirato, ma sempre a livelli qualitativi altissimi.
Era il suo carattere, un po' chiuso, lontanissimo dal cliché del musicista caraibico, tutto gioielli d'oro bei vestiti e riflettori. Rodriguez viveva a Montmartre con la moglie, suonava la sua musica, amava Van Gogh e i girasole, e da diversi anni conviveva con un cancro che, secondo i medici, avrebbe dovuto ucciderlo parecchio tempo fa.
Venerdì al suo funerale ci saranno i suoi amici, i migliori, e un pubblico che lo seguiva ovunque, e che ascoltando i suoi celebri fraseggi in minore, ogni volta si commuove.
La vita di Ibrahim Ferrer è stata come uno dei boleros che con la sua voce vellutata e un po' antica aveva riportato alla luce.
Una vita iperbolica, senza mezze misure, come i sentimenti e le passioni di brani come Perfidia, Quiereme mucho, Dos Gardenias, Silencio, colonne sonore di una Cuba che sembrava definitivamente passata fino a quando Buena Vista Social Club non l'ha - anche un po' violentemente - riportata alla luce.
Adesso, anche la voce di Ferrer si è spenta, all'Habana, di ritorno da un tour in Europa. Una gastroenterite sembra essere la causa della morte, ma forse più di tutto la stanchezza di 78 anni vissuti con fatica e a fasi alterne dai picchi esasperati. Le biografie raccontano di un musicista eccezionale, di un talento fuori dal comune che aveva iniziato giovanissimo la sua carriera musicale a Santiago de Cuba, cantando al seguito di nomi celebri come Benny Moré, Pacho Alonso, Chepin Choven.
Quello che non raccontano, o che suggeriscono appena, sono gli oltre trent'anni passati nel silenzio totale, nella miseria più umile, lustrando scarpe per le strade fangose di Centro Habana, raccoglieno rifiuti, cercando di tirare avanti inventando, come la stragrande maggioranza dei cubani, evitando accuratamente di usare ancora lo strumento che gli aveva permesso di assaggiare i fasti di una vita persa assieme al trionfo della rivoluzione: la voce.
Ferrer era convinto di essere vittima di una sorta di stregoneria e pensava che mai più avrebbe potuto fare quello che meglio gli riusciva, cantare e cantare boleros, genere caduto un po' in disgrazia dagli anni settanta ad oggi.
Poi di nuovo la celebrità, come in un bel sogno, i più grandi teatri del mondo, vestiti di lino bianco di sartoria, aerei, la gente che ti saluta nei vicoli dell'Habana, e poi il Grammy, la riscossa.
Ho incontrato Ferrer all'inizio del vortice di successo generato da Buena Vista. Non da giornalista, ma da Iyawo (iniziata alla religione più praticata a Cuba, la santeria. Fu lui a venirmi incontro alla fine di un concerto milanese. Mi aveva vista, tutta vestita di bianco, e Voleva la mia benedizione, da buon credente nella Regla de Ocha. Fu in quell'occasione che mi raccontò che tutta la sua fortuna la doveva a San Lazaro, a cui era consacrato, e al quale non aveva mai smesso di dedicare offerte e regali, anche quando faceva fatica a racimolare un pasto al giorno.
Babalu Ayé (il nome yoruba del santo) lo aveva premiato e lui questo non lo avrebbe mai scordato. Mi mostrò il bastone africano, quello di cui parla nel film, un piccolo idolo di ebano, che portava sempre con sé, quasi un pegno agli spiriti degli antenati.
Insieme a Ruben Gonzalez, Ibrahim Ferrer era forse il talento più autentico e immutato nel tempo di tutta la combriccola messa insieme da Ry Cooder. A differenza di altri membri del gruppo (come Compay Segundo, ad esempio) Ferrer non solo aveva conquistato il mondo con la sua voce incantatrice e il suo stile incredibilmente elegante di interpretare i boleros e i son della tradizione, ma aveva riconquistato anche Cuba, il palcoscenico più difficile per gli artisti del suo genere. Mentre la fama di Compay, di Ochoa o dell'intramontabile Portuondo si è limitata in un certo senso alla facciata ufficiale, quella di Ferrer e di Gonzalez aveva toccato il cuore dei cubani, forse grazie alle loro personalità autentiche e alle loro storie di umiltà mai perduta e di gratitudine alla vita per i tardivi riconoscimenti ottenuti.
Musicalmente Ferrer era stato capace di ridare lustro a brani che i cubani consideravano ormai musica per vecchi nostalgici ed era stato capace di approfittare in pieno dell'opportunità ottenuta con Buena Vista per fare al meglio ciò che aveva sempre fatto.
Rimane come un testamento musicale il disco che Ferrer aveva appena presentato a Barcellona, Ay Candela, che si chiude con un guaguancò, un classico della rumba afrocubana, intitolato Todavia me queda voz (Mi rimane ancora voce).
Yo soy un hombre sincero
de donde crece la palma,
y antes de morirme quiero
echar mis versos del alma.
Chi non la conosce? E' la prima strofa di Guantanamera, musicata da Joseito Fernandez. Qualcuno sa il seguito? Eccolo:
Mi verso es como un puñal
que por el puño echa flor:
mi verso es un surtidor
que da un agua de coral.
Con los pobres de la tierra
quiero yo mi suerte echar:
el arroyo de la sierra
me complace más que el mar.
Yo sé de un pesar profundo
entre las penas sin nombre:
¡la esclavitud de los hombres
es la gran pena del mundo!
¡Penas! ¿Quién osa decir
que guardo yo penas? Luego,
después del rayo, y del fuego,
tendré tiempo de sufrir.
Oculto en mi pecho bravo
la pena que me lo hiere:
el hijo de un pueblo esclavo
vive por él, calla y muere.
Yo quiero salir del mundo
por la puerta natural:
en un carro de hojas verdes
a morir me han de llevar.
No me pongan en lo oscuro
a morir como un traidor;
¡yo soy bueno, y como bueno
moriré de cara al sol!
¡Verso, nos hablan de un Dios
a donde van los difuntos:
verso, o nos condenan juntos
o nos salvamos los dos!
Ho voluto riportare questo testo perché stamattina ho letto un bell'articolo dedicato alla decima cubana. Si parlava di come uno stile poetico essenzialmente popolare stesse tornando a fiorire grazie al lavoro di giovani autori che la stanno rivitalizzando con tematiche e vocabolari moderni.
Come dice la parola, la decima è una composizione di dieci versi di otto sillabe. Con questo stile sono state scritte la maggior parte delle composizioni di musica popolare cubana, moltissime rumbas, ma soprattutto le controversie del punto guajiro, le guajiras, i sones...
Parlando di decime, però, mi è venuta in mente un'altra forma di composizione, più classica e colta, forse, ma altrettanto prolifica a Cuba: l'ottava. Mi è venuta in mente quella in assoluto più celebre, il passaporto musicale dell'isola caraibica, la canzone più conosciuta, più storpiata, più improvvisata, più richiesta... la Guantanamera.
Si tratta di un brano che ha una storia davvero interessante e anche un po' misteriosa. Vale la pena (se si capisce un po' lo spagnolo) dare un'occhiata al lavoro di Maria Argelia Vizcaíno (http://www.josemarti.org/jose_marti/guantanamera/mariaargeliaguan/guantanameraparte1-1.htm) che ne ha ripercorso la storia e ricostruito le tappe che l'hanno portata ad essere la prima "hit" cubana internazionale.
A me piace, però, ricordare che il testo di questa canzone, almeno originariamente, è una poesia di José Martì, tratta dalla raccolta Versos Sencillos.In questo caso si tratta di una composizione di ottave, ma Martì è stato anche un eccellente autore di decime.
Per trovare, però, eccellenti esempi di questo stile non c'è bisogno di scomodare autori accademici. Questa decima, per esempio, è stata composta da Plàcido per commemorare un amico morto:
Vi un niño, por diversión
formó un globo astuto,
introduciendo un canuto
en misto de agua y jabón;
del Iris la variación
en sus colores denota,
y cuando de su derrota
tocaba al mayor aumento
sutil ráfaga de viento
lo convirtió en leve gota.
Ese globillo lucido,
tan bello cual desgraciado,
como fue de agua formado
quedó en ella convertido;
así el hombre divertido
sigue la senda dorada
de bien o de mal sembrada
que le prepara la suerte,
y en nada al fin se convierte
porque nació de la nada.
La trovo bellissima. E anche se non sono una fan del punto guajiro (da brava "capitolina" non amo moltissimo la musica del campo), va detto che moltissimi improvvisatori in decima non hanno nulla da invidiare alle liriche di grandi autori come Martì o altri. Perciò sono contenta che giovani compositori rispolverino questo stile tradizionale e chissà che anche i turisti stranieri un po' alla volta si accorgano che "uanta na mela" o "one tonomira" è un pezzo di arte e di cultura che merita di essere letto e capito.
Ho incontrato qualche giorno fa un eccellente pianista cubano, Oriente Lopez, in tournee in Italia assieme all'enfant prodige della musica isleña, Gonzalo Rubalcaba. Abbiamo fatto due passi sul litorale romano e abbiamo parlato un po' di musica e di aneddoti legati alle varie conoscenze che abbiamo in comune.
A Cuba si usa.
La musica e i musicisti sono argomento di conversazione quotidiano almeno quanto i pettegolezzi di quartiere o le ultime sul "beisbol". E così, anche fuori dall'isola, in genere non si vede l'ora di incontrare qualcuno che sappia le ultime per "actualizarse" un po' sul panorama musicale e avere nuove chiacchere fresche da scambiare con gli amici.
Oriente è uno che ne sa parecchie di cose.
Eppure all'Habana non ci vive più da un sacco di anni e non ci ha neppure più messo piede da quando se ne è andato a vivere all'estero. Ora abita a New York che pare stia diventando il nuovo centro di attrazione dei giovani musicisti cubani in cerca di fortuna.
Miami è out. I cubani che abitano lì (cubani ormai di seconda o terza generazione) non hanno più nulla in comune con quelli che se ne vanno ora dall'isola. Continuano a rimestare le cose che hanno sentito dai loro genitori o dai nonni e ai cubani di oggi non fa molto piacere rivangare ancora quelle vecchie storie di ingiustizie post-rivoluzionarie. In fondo, chi è rimasto ha vissuto un altro mezzo secolo di post-rivoluzione e non accetta lezioni da chi se ne è andato il giorno dopo.
New York è un'altra cosa. Ci va chi ha voglia di sfondare sul serio. Il clima e lo stile di vita non hanno niente a che vedere con Cuba. Non hanno nessuna voglia di creare la loro piccola habana in una strada e di continuare con i cliché del domino fuori dalla porta e le canzoni strappacuore a tutto volume.
Hanno voglia di essere qualcuno e di imparare cose nuove. Oriente è uno di questi. Eccellente pianista e cantante formatosi al prestigioso Instituto Superior de Arte, Oriente si è fatto le ossa con gruppi come Afrocuba suonando in tutti i carnevali dell'isola (e sono tanti). Ha accompagnato musicisti come Silvio Rodriguez e ha fatto del jazz la sua religione. Il latin-jazz, quello vero, quello che nasce da fusioni perfette tra poliritmie e sabor ignoti ai professionisti dello swing nord-americano, con le armonie ardite dei più grandi (Dizzie, tanto per dirne uno).
E il loro momento è arrivato. I piccoli ed esclusivi club della capitale culturale Usa vanno pazzi per questi giovani geni musicali che sanno dare un'aria tutta nuova alla musica che da sempre è la colonna sonora di New York: il jazz. E non c'è grande formazione che non abbia chiamato una volta alla batteria il prestigiatore Horacio "el Negro" Hernandez, non c'è serata latin in cui la voce del giovane autodidatta Pedrito non ricordi agli americani le radici afro della musica che più li rappresenta. Gonzalo Rubalcaba ha costretto altri grandi pianisti (come Michel Camilo) a rimettersi in discussione e a cercare nuovi fraseggi per competere con il suo giovanissimo genio e la sua tecnica incredibile e il vecchio Bebo sbanca i Grammy con la sua eleganza alla tastiera.
E poi c'è il repertorio: un musicista cubano può attingere ad un universo musicale sconfinato, a sonorità antiche mai abbandonate, coltivate e rinnovate quotidianamente nei vicoli delle città cubane, nei suoi carnevali, nelle scuole. Un patrimonio che per un jazzista vero non ha valore e non si impara nelle grandi accademie del Nord America.
Mentre Oriente mi racconta queste cose, un po'mi commuovo. Da un lato sono felice che finalmente il mondo inizi a conoscere e apprezzare il vero talento cubano, dall'altro mi trovo a pensare ai locali dell'Habana dove fino a qualche tempo fa i cubani potevano godere dei loro giovani geni pagando pochi pesos e dove oggi solo i turisti e i cubani "con le mani in pasta" possono entrare e assaporare i passaggi di giovani meteore destinate a prendere il volo.
Ovunque, ma non lì.
"El hombre que canta es más feliz, más realizado. Del mismo modo que la palabra en el lenguaje es la forma más directa para expresarse, el canto es una de las principales fuentes de expresión. La gente que canta engrandece su espíritu".
Digna Guerra, directora del Coro Nacional de Cuba.
Cantare in coro è un'esperienza che consiglio a tutti, soprattutto ai cantanti professionisti che aspirano a una carriera da solisti. Fondere la propria voce assieme a quella di tanti altri per diventare non solo uno strumento melodico, ma anche armonico e ritmico, non è affatto facile e non può essere considerato un passatempo per melomani frustrati.
La riflessione nasce paragonando le esperienze corali fatte a Cuba con quelle fatte in Italia.
A Cuba il coro è parte fondamentale della storia musicale e culturale del paese. I canti afrocubani e i canti religiosi non possono prescindere dalla sua presenza; la musica nasce dal rapporto tra "diana" - voce solista - e coro, così come nella tragedia greca non vi è esposizione del fatto senza un coro che faccia da testimone e motore della narrazione.
Ma il coro è diventato anche un tassello fondamentale della formazione musicale dei giovani cubani in tutte le scuole e i conservatori tanto che ora l'isola possiede alcune delle più prestigiose formazioni vocali del mondo. Cuba è anche uno dei pochi posti dove ancora i quartetti e i quintetti vocali riscuotono successo e piazzano brani in hit parade. Proprio in questi giorni la Habana ospita un festival dedicato a questo tipo di espressione musicale: si chiama Corhabana e ospita formazioni provenienti da diverse nazioni, tra cui anche gli Stati Uniti.
Invito gli interessati a trovare qualche brano cantato dal Coro Nacional o dal Coralina, tanto per farsi un'idea di che cosa si riesca a fare con le sole voci umane. La ricchezza ritmica è (come è ovvio nel paese della poliritmia e della clave) la nota distintiva delle formazioni cubane rispetto a quelle a cui il pubblico europeo e nordamericano è in genere abituato.
Se si è abituati a pensare ai cori solo nelle situazioni operistiche/classiche, ai cori gospel o a quelli dai capelli imbiancati che popolano le feste di paese, allora è il momento di cambiare opinione.
Se poi si ha come ambizione quella di mettersi davanti a un microfono e cantare, allora mettere in gioco la propria intonazione, la gestione dei volumi, l'indipendenza uditiva e la gioia di condividere l'esperienza stessa del canto con altri, un coro è il posto migliore per crescere e capire quali sono i nostri punti deboli. Le prestazioni da solista miglioreranno sensibilmente... oppure si cambierà mestiere.
Bebo Valdes da quarant'anni ha lasciato Cuba, ma continua ad essere una delle figure più rappresentative della musica sinceramente e profondamente cubana. A 87 anni le sue dita scivolano sulla tastiera con un virtuosismo elegante e un fraseggio che neppure il figlio, il celebre Chucho Valdes, riesce ad eguagliare.
Reduce dai fasti raggiunti con il disco "Lagrimas Negras" registrato in coppia con il giovane "cantaor" Diego el Cigala, Bebo raccoglie ora i frutti di una carriera dai tanti saliscendi, ma sempre votata all'amore totale per la musica.
In Europa il vecchio Valdes ha raggiunto ora l'apice della popolarità, ma a Cuba è sempre stato il simbolo di un'epoca, quella d'oro del Tropicana di cui Bebo ha diretto la prestigiosissima orchestra per diversi anni. Ha lavorato con i migliori (tra i tanti, citiamo Benny Moré), e ha costantemente tenuto le orecchie bene aperte per cogliere tutto quello che la musica poteva offrire dentro e fuori i confini dell'isola. Con i Lecuona Cuban Boys ha girato il mondo, ha incontrato Rachmaninov negli Stati Uniti, si è innamorato di una giovane svedese e per anni la sua musica è stata la colonna sonora della hall di un grande hotel di Stoccolma.
Io l'ho incontrato lì. E' stato uno di quegli incontri ai limiti dell'assurdo. Era febbraio e io mi trovavo a Stoccolma per lavoro. Un freddo inverosimile. Una cena tra colleghi in un ristorante tipico, con un sacco di candele e il pavimento di legno. E dietro di me, si siede Bebo Valdes. Tra i due, quello più sorpreso è lui, che si stupisce che qualcuno lo riconosca e si emozioni nello stringergli la mano.
Poi arriva il Grammy con Diego el Cigala. Un disco coraggioso, uno dei pochi esperimenti di fusione tra flamenco e musica cubana perfettamente riusciti. "E' stato difficile - ammette Valdes in un'intervista - perché el Cigala è un personaggio difficile che fa sempre quello che vuole. Ci ho messo un po' a capire come essere me stesso in quel contesto".
E ha funzionato. Imperdibile il solo di pianoforte di Bebo sulle note di Veinte Años, poetico il duetto piano voce flamenca sul classicissimo Lagrimas Negras. Un disco di quelli che si ascoltano mille volte e ci si emoziona ogni volta.
A giorni esce un nuovo disco di Valdes, il suo primo disco tutto da solista, intitolato Bebo. "In realtà ne avevo registrato uno tanti anni fa - racconta - ma era solo per la mia famiglia, perché ero appena uscito dall'ospedale e avevo paura che mi succedesse qualcosa. Così volevo lasciare un ricordo di me ai miei cari e ho registrato i miei brani preferiti. C'era un po' di tutto. Adesso, però, posso dire di avere lo stesso dominio della tastiera che aveva Rachmaninov". Riguardo al suo stile personalissimo di interpretare i brani classici, Bebo risponde: "quando si è musicisti, soprattutto se si viene da Cuba, si conoscono tanti generi diversi. Potrei suonare qualsiasi cosa, ma alla fine un musicista deve suonare quello che riflette ciò che si è. Bisogna sapere chi si è per suonare. Io sono un africano di Cuba". E, infatti, il suo nuovo disco (fortemente voluto dal suo produttore Fernando Trueba) sarà una raccolta di classicissimi della musica cubana tra i quali Manuel Saumell, Sindo Garay, Ernesto Lecuona.
In questi giorni, il vecchio Bebo è impegnato in una serie di concerti in trio con i due figli Chucho e Mayra, una cantante poco nota fuori da Cuba, ma dalle doti davvero eccezionali.
A mi me gusta el danzon... lo dice una rima di una celebre rumba, e sottoscrivo in pieno. Ma che cosa sia questo danzon, non sono in molti a saperlo fuori dall'Isola. Perfino a Cuba, dove tutti sanno che cos'è e come suona, sono rimasti in pochi a sapere come si balla e raramente hanno meno di settant'anni...
Si, perché il danzon è innanzitutto un ballo, anzi, per molto tempo è stato Il Ballo per antonomasia, quello per cui le coppie si mettevano l'abito più elegante e andavano al salòn, dove orchestre di archi, flauti e percussioni accompagnavano serate sfavillanti.
Il danzon è il parente ricco di tanti altri balli da sala più recenti, il più celebre dei quali è il cha-cha. Musicalmente è una costruzione perfetta, basata su moduli orchestrali cadenzati su variazioni di danza e contradanza, dalle chiare radici europee per quanto riguarda la melodia, ma assolutamente cubana nel virile movimento dei timbales, che proprio in questo genere hanno trovato il loro regno. Nel danzon questo strumento magnifico, a metà strada tra i classici timpani e le percussioni afrocubane, hanno trovato il terreno per svilupparsi e diventare quello che sono oggi. Il danzon è anche uno dei pochi generi musicali che può dire di avere una data e un luogo di nascita: Matanzas, primo gennaio 1879, quando Miguel Failde presentò la sua composizione Las Alturas de Simpson. Da quel momento il danzon divenne una febbre che coinvolse l'alta società cubana e anche quella borghesia mulatta che amava ballare ma voleva mantenere le distanze dal "volgare" folklore afrocubano. Il danzon fece scandalo: i corpi erano troppo vicini e i timbales troppo ammiccanti. Ma fece presa tanto che attraversò tutto il ventesimo secolo facendo la fortuna di artisti come Barbarito Diez, la voce di velluto, e di orchestre tuttora in auge come la Aragon. Poi, son, salsa, mambo e cha-cha presero piede soppiantando il troppo compassato ballo dell'abanico (ventaglio) e delle gonne lunghe.
Come tutte le mode, anche il danzon sembra destinato ad avere il suo momento di ricorso storico. A Cuba sono diversi i gruppi di appassionati che si incontrano periodicamente per rinverdire i fasti di questo genere musicale, mai del tutto tramontato e spesso rigenerato in versioni moderne da artisti contemporanei che ne hanno offerto riletture preziose (per esempio in chiave jazz). E' vero che spesso i membri piu giovani di questi club di amanti del danzon hanno circa settant'anni, ma pare che ultimamente parecchi giovani stiano riscoprendo questo ballo sobrio e raffinato. E' per questo che all'Habana, per il secondo anno consecutivo, viene dedicato al danzon un festival specifico, che si svolgerà dal 23 marzo e comprenderà convegni, seminari, dimostrazioni di ballo, concorsi e concerti. Quest'anno il festival ospiterà anche musicisti ed esperti dal Messico, paese in cui il danzon si è felicemente trapiantato e dove è rimasto sempre in voga, anche quando a Cuba sembrava tramontato.
Tra febbraio e marzo in tutta Cuba si festeggia uno dei tre periodi di Carnevale che si celebrano nell'isola: questo invernale, un altro a novembre e quello più popolare a Santiago, a Luglio.
Come in tutto il Caribe, anche a Cuba il Carnevale è da sempre una festa popolare di enorme impatto, un rito di strada dalle radici indecifrabili, un'altra espressione della mezcla che caratterizza ogni aspetto della vita dell'isola. La storia del carnevale cubano riflette un po' quella politica e sociale dell'isola. Dalla fine del 1500, quando era soprattutto un'occasione per gli schiavi liberati di esprimere le proprie radici e di dare libero sfogo a canti e balli tradizionali, fino al 1914, quando le comparsate carnevalesche furono proibite.
Ripresero nel 1937, coinvolgendo anche la popolazione bianca, anche se la vera protagonista del Carnevale cubano fu sempre, ed è ancora, la musica della Conga. Particolarmente sentita a Oriente, la conga è un genere musicale di radici africane, con contaminazioni singolari (per esempio la presenza della "trompeta china") e poliritmie che differiscono di città in città e identificano la singola Comparsa, ovvero il corteo che segue il gruppo di percussionisti e musicisti ballando e rispondendo ai cori, senza tregua.
All'Habana, le comparse dei vari quartieri percorrevano tradizionalmente l'intero Malecon, formando un corteo sempre più nutrito e concorrendo una contro l'altra a volte in maniera anche piuttosto violenta (con l'aiuto della cosiddetta "pipa", il boccalone di una specie di cocktail di birra nazionale e ron di bassa lega servito gratuitamente da autocisterne).
I disordini e le violenze sono stati uno dei pretesti per regimentare il carnevale habanero e farlo diventare, nelle ultime edizioni, un evento fondamentalmente dedicato ai turisti stranieri che, comodamente seduti in una tribuna da stadio, appositamente allestita nella parte più ampia del Malecon, a pochi passi dal prestigiosissimo Nacional, si godono il passaggio di comparse e congas ordinate e contenute. Questo non vuol dire che qualche metro più in là, in zone meno "presentabili" di Centro Habana la festa continui a essere patrimonio popolare e occasione di grandi sbronze, balli sfrenati e percussioni in libertà.
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