Blogqueo - voces de Cuba

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venerdì, 28 ottobre 2005
El Goyo a Roma: un patrimonio ignorato

In questi giorni si trova a Roma Gregorio Hernandez, detto il Goyo. Il Goyo è un personaggio fondamentale nella storia della musica e della cultura afro-cubana in generale e, in patria, sono in pochi a non sapere chi sia.
Gregorio Hernandez è tra i fondatori del Conjunto Folklorico Nacional, la principale bandiera del patrimonio artistico di matrice africana e uno dei pilastri della sua conservazione e perpetuazione dentro e fuori dall'isola.
Contemporaneamente, Goyo insegna all'Instituo superior de Arte dell'Habana e collabora con i principali artisti, da Van Van a Tata Guines, dal defunto Lazaro Ros al gruppo Sintesis.
Con i suoi settanta e passa anni al Goyo piace un sacco viaggiare. Metà dell'anno lo passa in giro per il mondo ad insegnare balli afro-cubani e fare stages di canto e musica afro. Vedere quest'uomo dinoccolato e canuto trasformarsi in un agile cacciatore con arco e frecce quando balla Ochosi è un'esperienza indimenticabile, così come lo è frequentare uno dei suoi corsi. Le persone come Gregorio Hernandez sono delle biblioteche itineranti.
Nella loro memoria risiede un patrimonio culturale che non ha valore e di cui spesso loro stessi ignorano l'estensione, visto che si tratta di un tesoro tramandato a voce, raramente trascritto se non in rapidi appunti a matita. A maggior ragione lo sforzo didattico del Goyo è importantissimo per preservare l'integrità e l'autenticità di una cultura che ogni giorno, nelle nostre palestre, nelle discoteche di musica "latina", nelle scuole di musica, viene violentata e aggredita da sedicenti maestri, coreografi, esperti di afro-cubanismi, che incredibilmente godono spesso di un seguito notevole e che insegnano nozioni che loro stessi ignorano. Troppe volte ho visto ballare Elegguà mettendo i passi su toques che appartengono ad altri Orishas o, nelle migliori ipotesi, senza avere idea di cosa sia la clave, oppure si sentono allievi di percussioni ripetere meccanicamente spartiti scritti da solerti trascrittori di dischi di gruppi cubani, perdendo così totalmente il senso stesso della percussione afro, quell'istinto interiore che nasce dal battito del cuore, dal flusso del sangue e dal fervore che da' ritmo ad ogni colpo e rende ogni rumba diversa dall'altra, ogni quinto un quinto originale,
Per non parlare di quello che succede alla regla de Ocha, la religione Lucumi, che mentre aggrega un sempre maggior numero di seguaci di ogni paese del mondo, perde via via la sua integrità morale, le sue regole, e le sue splendide tradizioni culturali, tra cui, esempio eclatante, la lingua e i canti.
Vista la situazione, ci si aspetterebbe che l'arrivo del Goyo in una città come Roma, dove Cuba è un marchio inflazionato ad ogni angolo di strada, venisse celebrato da un mare di persone, che si mettono in lista di attesa pur di frequentare una lezione di ballo o uno stage di canto con un vero maestro, cosa che accade puntualmente a Parigi, ad Amsterdam, a Bruxelles.
Invece no. Invece Goyo arriva e si ritrova ad insegnare danza in un locale-ristorante-discoteca totalmente deserto e a cantare rumba e bata con i migliori musicisti presenti in Italia per un pubblico di salseri che non hanno idea di dove mettere i piedi al ritmo del guaguanco.
La colpa non è del Goyo, e neppure del pubblico romano. La qualità si riconosce quando la si può conoscere. Il fatto è che non sono in molti ad avere interesse a farla conoscere. Cuba è diventata una sorta di parola magica che permette a un sacco di persone di guadagnare denaro vendendo cose di cui spesso hanno a malapena sentito parlare a persone che non ne hanno mai sentito parlare. Competere con un maestro del calibro del Goyo o di molti altri che girano spesso in Europa mette a repentaglio un business non indifferente. Così lo si invita, ma un po' in sordina, senza fare troppa pubblicità. Tanto i suoi fedelissimi se li porta dietro lo stesso... E' un peccato. E anche una mancanza di rispetto.

Postato da: KekeB a 23:10 | link | commenti |
musica, personaggi, eventi, religione, santeria

giovedì, 06 ottobre 2005
Il piano, Van Gogh e il girasole: omaggio ad Alfredo Rodriguez

Venerdì mattina a Parigi ci sarà il funerale di Alfredo Rodriguez. Non so a quante persone questo nome possa suonare familiare, ma per i veri appassionati di musica cubana si tratta di un nome che ha firmato uno dei più bei capitoli del jazz-latino degli ultimi decenni: Cuba Linda.
Rodriguez era un eccellente pianista, ma era anche uno di quei personaggi che non amano scendere a compromessi di nessun tipo. Suonava perché gli piaceva, con chi gli piaceva e dove voleva lui. Componeva, a volte, ma non abbastanza da attirare i grandi discografici e con il business non aveva alcuna dimestichezza.
Eppure, il suo nome era sulla bocca di tutti i musicisti migliori che Cuba e dintorni abbiano sfornato negli ultimi tempi. Alfredito aveva lavorato con i migliori e non si era mai fermato alla superficie. I suoi gruppi comprendevano persone provenienti da tutto il mondo. Uno dei suoi percussionisti preferiti, per esempio, è sempre stato il romano Roberto Evangelisti.
Aveva girato il mondo, parlava diverse lingue, tutte un po' a modo suo, ma il suo linguaggio preferito era il jazz, con tutte le sue declinazioni.
Tra New York, Miami e Parigi, Alfredo Rodriguez aveva prestato le sue elegantissime dita a tantissime produzioni, più o meno di successo, ma la sua attività si era poco a poco ristretta a quella di pianista di club, seguito da una cerchia di fedelissimi, una cerchia ristretta ed elitaria.
Fino al 1996. Alfredito torna a Cuba per partecipare ad una produzione importante. Per lui è un'occasione d'oro. Finite le registrazioni del disco si mette a lavorare con gli stessi musicisti (tra cui Tata Guines) ma stavolta le idee, lo stile, il sabor, sono tutta farina del suo sacco. L'idea base è qualcosa che, in senso cubano, ha qualcosa di rivoluzionario: il piano e la comparsa santiaguera insieme. Cose mai sentite. Ne esce Cuba Linda. Un disco bellissimo, uno di quelli che non possono mancare nella collezione di chi ama davvero il sound cubano.
Cuba LInda è la firma di Alfredito Rodriguez. Da allora in poi, ha continuato a muoversi su un piano un po' ritirato, ma sempre a livelli qualitativi altissimi.
Era il suo carattere,  un po' chiuso, lontanissimo dal cliché del musicista caraibico, tutto gioielli d'oro bei vestiti e riflettori. Rodriguez viveva a Montmartre con la moglie, suonava la sua musica, amava Van Gogh e i girasole, e da diversi anni conviveva con un cancro che, secondo i medici, avrebbe dovuto ucciderlo parecchio tempo fa.
Venerdì al suo funerale ci saranno i suoi amici, i migliori, e un pubblico che lo seguiva ovunque, e che ascoltando i suoi celebri fraseggi in minore, ogni volta si commuove.

Postato da: KekeB a 10:55 | link | commenti |
musica, personaggi

domenica, 14 agosto 2005
Felicidades Fidel

Ieri Fidel Alejandro Castro Ruz, presidente della Repubblica di Cuba, ha compiuto 79 anni. Di questi, 46 li ha passati al potere, nel bene e nel male, ma saldamente al potere.
Mica poco.
Consiglio un passaggio a questo indirizzo http://www.patriagrande.net/cuba/fidel.castro/biografia.htm per avere almeno una vaga idea del personaggio (in lingua spagnola). Se si preferisce l'inglese, meglio un giro qui: http://www.marxists.org/history/cuba/archive/castro/
Qualunque sia la propria opinione politica o personale, bisogna prendere atto che Fidel Castro è uno degli ultimi uomini che hanno davvero fatto la storia.
A mio parere, merita un minimo di conoscenza.
Feliz cumpleaños comandante.

Postato da: KekeB a 12:59 | link | commenti (3) |
politica, personaggi, eventi

lunedì, 08 agosto 2005
Ibrahim Ferrer: como un bolero

La vita di Ibrahim Ferrer è stata come uno dei boleros che con la sua voce vellutata e un po' antica aveva riportato alla luce.
Una vita iperbolica, senza mezze misure, come i sentimenti e le passioni di brani come Perfidia, Quiereme mucho, Dos Gardenias, Silencio, colonne sonore di una Cuba che sembrava definitivamente passata fino a quando Buena Vista Social Club non l'ha - anche un po' violentemente - riportata alla luce.
Adesso, anche la voce di Ferrer si è spenta, all'Habana, di ritorno da un tour in Europa. Una gastroenterite sembra essere la causa della morte, ma forse più di tutto la stanchezza di 78 anni vissuti con fatica e a fasi alterne dai picchi esasperati. Le biografie raccontano di un musicista eccezionale, di un talento fuori dal comune che aveva iniziato giovanissimo la sua carriera musicale a Santiago de Cuba, cantando al seguito di nomi celebri come Benny Moré, Pacho Alonso, Chepin Choven.
Quello che non raccontano, o che suggeriscono appena, sono gli oltre trent'anni passati nel silenzio totale, nella miseria più umile, lustrando scarpe per le strade fangose di Centro Habana, raccoglieno rifiuti, cercando di tirare avanti  inventando, come la stragrande maggioranza dei cubani, evitando accuratamente di usare ancora lo strumento che gli aveva permesso di assaggiare i fasti di una vita persa assieme al trionfo della rivoluzione: la voce.
Ferrer era convinto di essere vittima di una sorta di stregoneria e pensava che mai più avrebbe potuto fare quello che meglio gli riusciva, cantare e cantare boleros, genere caduto un po' in disgrazia dagli anni settanta ad oggi.
Poi di nuovo la celebrità, come in un bel sogno, i più grandi teatri del mondo, vestiti di lino bianco di sartoria, aerei, la gente che ti saluta nei vicoli dell'Habana, e poi il Grammy, la riscossa.
Ho incontrato Ferrer all'inizio del vortice di successo generato da Buena Vista. Non da giornalista, ma da Iyawo (iniziata alla religione più praticata a Cuba, la santeria. Fu lui a venirmi incontro alla fine di un concerto milanese. Mi aveva vista, tutta vestita di bianco, e Voleva la mia benedizione, da buon credente nella Regla de Ocha. Fu in quell'occasione che mi raccontò che tutta la sua fortuna la doveva a San Lazaro, a cui era consacrato, e al quale non aveva mai smesso di dedicare offerte e regali, anche quando faceva fatica a racimolare un pasto al giorno.
Babalu Ayé (il nome yoruba del santo) lo aveva premiato e lui questo non lo avrebbe mai scordato. Mi mostrò il bastone africano, quello di cui parla nel film, un piccolo idolo di ebano, che portava sempre con sé, quasi un pegno agli spiriti degli antenati.
Insieme a Ruben Gonzalez, Ibrahim Ferrer era forse il talento più autentico e immutato nel tempo di tutta la combriccola messa insieme da Ry Cooder. A differenza di altri membri del gruppo (come Compay Segundo, ad esempio) Ferrer non solo aveva conquistato il mondo con la sua voce incantatrice e il suo stile incredibilmente elegante di interpretare i boleros e i son della tradizione, ma aveva riconquistato anche Cuba, il palcoscenico più difficile per gli artisti del suo genere. Mentre la fama di Compay, di Ochoa o dell'intramontabile Portuondo si è limitata in un certo senso alla facciata ufficiale, quella di Ferrer e di Gonzalez aveva toccato il cuore dei cubani, forse grazie alle loro personalità autentiche e alle loro storie di umiltà mai perduta e di gratitudine alla vita per i tardivi riconoscimenti ottenuti.
Musicalmente Ferrer era stato capace di ridare lustro a brani che i cubani consideravano ormai musica per vecchi nostalgici ed era stato capace di approfittare in pieno dell'opportunità ottenuta con Buena Vista per fare al meglio ciò che aveva sempre fatto.
Rimane come un testamento musicale il disco che Ferrer aveva appena presentato a Barcellona, Ay Candela, che si chiude con un guaguancò, un classico della rumba afrocubana, intitolato Todavia me queda voz (Mi rimane ancora voce).  

Postato da: KekeB a 16:40 | link | commenti (2) |
musica, personaggi, eventi

domenica, 07 agosto 2005
Decime e ottave: la poesia che si fa musica

Yo soy un hombre sincero
de donde crece la palma,
y antes de morirme quiero
echar mis versos del alma.

Chi non la conosce? E' la prima strofa di Guantanamera, musicata da Joseito Fernandez. Qualcuno sa il seguito? Eccolo:

Mi verso es como un puñal
que por el puño echa flor:
mi verso es un surtidor
que da un agua de coral.
Con los pobres de la tierra
quiero yo mi suerte echar:
el arroyo de la sierra
me complace más que el mar.
Yo sé de un pesar profundo
entre las penas sin nombre:
¡la esclavitud de los hombres
es la gran pena del mundo!
¡Penas! ¿Quién osa decir
que guardo yo penas? Luego,
después del rayo, y del fuego,
tendré tiempo de sufrir.
Oculto en mi pecho bravo
la pena que me lo hiere:
el hijo de un pueblo esclavo
vive por él, calla y muere.
Yo quiero salir del mundo
por la puerta natural:
en un carro de hojas verdes
a morir me han de llevar.
No me pongan en lo oscuro
a morir como un traidor;
¡yo soy bueno, y como bueno
moriré de cara al sol!
¡Verso, nos hablan de un Dios
a donde van los difuntos:
verso, o nos condenan juntos
o nos salvamos los dos!

Ho voluto riportare questo testo perché stamattina ho letto un bell'articolo dedicato alla decima cubana. Si parlava di come uno stile poetico essenzialmente popolare stesse tornando a fiorire grazie al lavoro di giovani autori che la stanno rivitalizzando con tematiche e vocabolari moderni.
Come dice la parola, la decima è una composizione di dieci versi di otto sillabe. Con questo stile sono state scritte la maggior parte delle composizioni di musica popolare cubana, moltissime rumbas, ma soprattutto le controversie del punto guajiro, le guajiras, i sones...
Parlando di decime, però, mi è venuta in mente un'altra forma di composizione, più classica e colta, forse, ma altrettanto prolifica a Cuba: l'ottava. Mi è venuta in mente quella in assoluto più celebre, il passaporto musicale dell'isola caraibica, la canzone più conosciuta, più storpiata, più improvvisata, più richiesta... la Guantanamera.
Si tratta di un brano che ha una storia davvero interessante e anche un po' misteriosa. Vale la pena (se si capisce un po' lo spagnolo) dare un'occhiata al lavoro di Maria Argelia Vizcaíno (http://www.josemarti.org/jose_marti/guantanamera/mariaargeliaguan/guantanameraparte1-1.htm) che ne ha ripercorso la storia e ricostruito le tappe che l'hanno portata ad essere la prima "hit" cubana internazionale.
A me piace, però, ricordare che il testo di questa canzone, almeno originariamente, è una poesia di José Martì, tratta dalla raccolta Versos Sencillos.In questo caso si tratta di una composizione di ottave, ma Martì è stato anche un eccellente autore di decime.
Per trovare, però, eccellenti esempi di questo stile non c'è bisogno di scomodare autori accademici. Questa decima, per esempio, è stata composta da Plàcido per commemorare un amico morto:

Vi un niño, por diversión
formó un globo astuto,
introduciendo un canuto
en misto de agua y jabón;
del Iris la variación
en sus colores denota,
y cuando de su derrota
tocaba al mayor aumento
sutil ráfaga de viento
lo convirtió en leve gota.
Ese globillo lucido,
tan bello cual desgraciado,
como fue de agua formado
quedó en ella convertido;
así el hombre divertido
sigue la senda dorada
de bien o de mal sembrada
que le prepara la suerte,
y en nada al fin se convierte
porque nació de la nada.

La trovo bellissima. E anche se non sono una fan del punto guajiro (da brava "capitolina" non amo moltissimo la musica del campo), va detto che moltissimi improvvisatori in decima non hanno nulla da invidiare alle liriche di grandi autori come Martì o altri. Perciò sono contenta che giovani compositori rispolverino questo stile tradizionale e chissà che anche i turisti stranieri un po' alla volta si accorgano che "uanta na mela" o "one tonomira" è un pezzo di arte e di cultura che merita di essere letto e capito.

Postato da: KekeB a 11:46 | link | commenti |
musica, personaggi, letteratura, storia

sabato, 30 luglio 2005
Le 364 vite di Fidel

Un numero su cui a Cuba se ne sentono di tutti i colori. Finalmente è diventato una cifra precisa e documentata: 364, ovvero il numero di attentati a cui il Comandante Fidel Castro è scampato dal trionfo della Rivoluzione ad oggi.
La fonte è di quelle serie. Si tratta infatti di un libro pubblicato in questi giorni all'Habana messo insieme da Fabiàn Escalante, ovvero l'ex capo dei servizi segreti cubani, con i contributi di ex-spie della Cia, documenti resi pubblici dagli archivi statunitensi e testimoni di vario genere, tra cui non poteva mancare il presidente cubano.
Il libro si intitola "La guerra secreta. Cronologia del crimen, 1959-2000". Malgrado non ci sono dubbi sul fatto che il testo contenga un certo quantitativo standard di propaganda e un altro tot di esagerazioni (se non invenzioni vere e proprie), resta il fatto assolutamente assodato che i tentativi di uccidere Fidel sono stati innumerevoli, chissà forse davvero quanti i giorni di un anno solare.
Alcuni di questi tentativi sono oggetto di leggende popolari e racconti che infervorano le conversazioni cubane da sempre e che si sono via via ricoperti di dettagli e iperboli fino a renderli veri e propri miti.
Altri sono fatti storici ben documentati e testimoniati, altri ancora erano fino ad oggi del tutto sconosciuti.
Il libro è diviso in tre parti: la prima è il testo integrale di un documento di un ispettore della Cia, il secondo è un commento (immagino non di due pagine...) dello stesso Fidel Castro, il terzo è la ricostruzione storica dei 230 principali tentativi di assassinio ai danni del comandante in capo.
Sono curiosissima e francamente è uno dei libri che comprerò appena metterò piede a Cuba. 

Postato da: KekeB a 19:07 | link | commenti (2) |
politica, personaggi, letteratura, storia, società

martedì, 28 giugno 2005
New York e latin jazz: è il momento dei cubani

Ho incontrato qualche giorno fa un eccellente pianista cubano, Oriente Lopez, in tournee in Italia assieme all'enfant prodige della musica isleña, Gonzalo Rubalcaba. Abbiamo fatto due passi sul litorale romano e abbiamo parlato un po' di musica e di aneddoti legati alle varie conoscenze che abbiamo in comune.
A Cuba si usa.
La musica e i musicisti sono argomento di conversazione quotidiano almeno quanto i pettegolezzi di quartiere o le ultime sul "beisbol". E così, anche fuori dall'isola, in genere non si vede l'ora di incontrare qualcuno che sappia le ultime per "actualizarse" un po' sul panorama musicale e avere nuove chiacchere fresche da scambiare con gli amici.
Oriente è uno che ne sa parecchie di cose.
Eppure all'Habana non ci vive più da un sacco di anni e non ci ha neppure più messo piede da quando se ne è andato a vivere all'estero. Ora abita a New York che pare stia diventando il nuovo centro di attrazione dei giovani musicisti cubani in cerca di fortuna.
Miami è out. I cubani che abitano lì (cubani ormai di seconda o terza generazione) non hanno più nulla in comune con quelli che se ne vanno ora dall'isola. Continuano a rimestare le cose che hanno sentito dai loro genitori o dai nonni e ai cubani di oggi non fa molto piacere rivangare ancora quelle vecchie storie di ingiustizie post-rivoluzionarie. In fondo, chi è rimasto ha vissuto un altro mezzo secolo di post-rivoluzione e non accetta lezioni da chi se ne è andato il giorno dopo.
New York è un'altra cosa. Ci va chi ha voglia di sfondare sul serio. Il clima e lo stile di vita non hanno niente a che vedere con Cuba. Non hanno nessuna voglia di creare la loro piccola habana in una strada e di continuare con i cliché del domino fuori dalla porta e le canzoni strappacuore a tutto volume.
Hanno voglia di essere qualcuno e di imparare cose nuove. Oriente è uno di questi. Eccellente pianista e cantante formatosi al prestigioso Instituto Superior de Arte, Oriente si è fatto le ossa con gruppi come Afrocuba suonando in tutti i carnevali dell'isola (e sono tanti). Ha accompagnato musicisti come Silvio Rodriguez e ha fatto del jazz la sua religione. Il latin-jazz, quello vero, quello che nasce da fusioni perfette tra poliritmie e sabor ignoti ai professionisti dello swing nord-americano, con le armonie ardite dei più grandi (Dizzie, tanto per dirne uno).
E il loro momento è arrivato. I piccoli ed esclusivi club della capitale culturale Usa vanno pazzi per questi giovani geni musicali che sanno dare un'aria tutta nuova alla musica che da sempre è la colonna sonora di New York: il jazz. E non c'è grande formazione che non abbia chiamato una volta alla batteria il prestigiatore Horacio "el Negro" Hernandez, non c'è serata latin in cui la voce del giovane autodidatta Pedrito non ricordi agli americani le radici afro della musica che più li rappresenta. Gonzalo Rubalcaba ha costretto altri grandi pianisti (come Michel Camilo) a rimettersi in discussione e a cercare nuovi fraseggi per competere con il suo giovanissimo genio e la sua tecnica incredibile e il vecchio Bebo sbanca i Grammy con la sua eleganza alla tastiera.
E poi c'è il repertorio: un musicista cubano può attingere ad un universo musicale sconfinato, a sonorità antiche mai abbandonate, coltivate e rinnovate quotidianamente nei vicoli delle città cubane, nei suoi carnevali, nelle scuole. Un patrimonio che per un jazzista vero non ha valore e non si impara nelle grandi accademie del Nord America.
Mentre Oriente mi racconta queste cose, un po'mi commuovo. Da un lato sono felice che finalmente il mondo inizi a conoscere e apprezzare il vero talento cubano, dall'altro mi trovo a pensare ai locali dell'Habana dove fino a qualche tempo fa i cubani potevano godere dei loro giovani geni pagando pochi pesos e dove oggi solo i turisti e i cubani "con le mani in pasta" possono entrare e assaporare i passaggi di giovani meteore destinate a prendere il volo.
Ovunque, ma non lì.

Postato da: KekeB a 11:16 | link | commenti (2) |
musica, personaggi

lunedì, 16 maggio 2005
Riflessione "espiritual"

Oggi, dopo tanto tempo mi è capitata l'occasione di "lavorare" spiritualmente con una eccezionale spiritista cubana in visita da amici italiani. Premetto che sono santera e come tale credo profondamente nell'essenza spirituale di ogni cosa e nelle relazioni che ci legano ad ognuna di queste "essenze". Ma sono anche una persona con una formazione culturale  laica e una certa familiarità con l'approccio "scientifico" agli eventi.
Ecco perché la pratica della santeria, con le sue nozioni "scientifiche" e il suo profondo naturalismo, non mi crea alcun tipo di disagio teoretico, per usare un termine un po' aulico. La pratica dello spiritismo, o labor espiritual, invece, è tutta un'altra storia. Legata al culto dei morti, da una parte, e alla ritualità cattolica dall'altra, si tratta di un ramo della religiosità cubana in cui è facilissimo imbattersi in mistificatori e imbroglioni o,più semplicemente, in splendidi attori - più spesso attrici - che mettono in scena lo spettacolo che il cliente/credente si aspetta di vedere.
La "misa espiritual" è un concentrato di sincretismo senza pari al mondo, ma gli spiriti che vengono chiamati ad incarnarsi o che si presentano spontaneamente sono quasi sempre figure emblematiche dell'epoca della schiavitù. Quando, però, si incontrano persone come la splendida Filomena, ultrasettantenne in magnifica forma, alcune domande bisogna porsele. Anche nel suo caso gli spiriti che rispondono alla "misa" sono quelli canonici - la conga Francisca, per esempio - ma le cose che sono in grado di raccontare lasciano esterrefatti. Non c'è spiegazione che tenga alla precisa descrizione che Francisca/Filomena ha fornito della casa dei miei suoceri, né di alcuni eventi privati della famiglia di mio marito o di altre persone italiane che Filomena non ha mai conosciuto né sentito nominare. Inoltre, non c'è spiegazione alla potente "corriente espiritual", una specie di alta tensione elettromagnetica, che si forma quando Filomena entra in azione. Ancora una volta, quando si tratta di spirito, credo che i nomi siano solo un mezzo. Persone come Filomena, assolutamente sincere e votate alla loro missione, credo abbiano davvero una vista maggiore, siano cioè in grado di vedere le tracce sottili che i nostri predecessori hanno lasciato dentro di noi e che il contatto spirituale tra noi e le persone che amiamo crei una sorta di quadro che non tutti sono in grado di interpretare.
Non ha spiegazione scientifica neppure il profondo benessere che si prova dopo una misa ben fatta come quella a cui ho preso parte oggi.
Forse che prendersi cura della nostra essenza sottile e riportare in vita il nostro passato più profondo possa far bene alla salute e farci vivere più a lungo?
La risposta la conoscono, forse, tutti quei magnifici vecchi santeri e santere dalla religiosità profonda e non intaccata dall'animo commerciale delle nuove leve che trasportano i loro ottanta o novanta con la leggerezza dei più giovani ballando rumba, ridendo di gusto, e godendo ogni istante della vita. Buon pro ci faccia.

Postato da: KekeB a 20:08 | link | commenti |
personaggi, religione, santeria

lunedì, 04 aprile 2005
Bebo: sono un africano di Cuba

 Bebo Valdes da quarant'anni ha lasciato Cuba, ma continua ad essere una delle figure più rappresentative della musica sinceramente e profondamente cubana. A 87 anni le sue dita scivolano sulla tastiera con un virtuosismo elegante e un fraseggio che neppure il figlio, il celebre Chucho Valdes, riesce ad eguagliare.
Reduce dai fasti raggiunti con il disco "Lagrimas Negras" registrato in coppia con il giovane "cantaor" Diego el Cigala, Bebo raccoglie ora i frutti di una carriera dai tanti saliscendi, ma sempre votata all'amore totale per la musica.
In Europa il vecchio Valdes ha raggiunto ora l'apice della popolarità, ma a Cuba è sempre stato il simbolo di un'epoca, quella d'oro del Tropicana di cui Bebo ha diretto la prestigiosissima orchestra per diversi anni. Ha lavorato con i migliori (tra i tanti, citiamo Benny Moré), e ha costantemente tenuto le orecchie bene aperte per cogliere tutto quello che la musica poteva offrire dentro e fuori i confini dell'isola. Con i Lecuona Cuban Boys ha girato il mondo, ha incontrato Rachmaninov negli Stati Uniti, si è innamorato di una giovane svedese e per anni la sua musica è stata la colonna sonora della hall di un grande hotel di Stoccolma.
Io l'ho incontrato lì. E' stato uno di quegli incontri ai limiti dell'assurdo. Era febbraio e io mi trovavo a Stoccolma per lavoro. Un freddo inverosimile. Una cena tra colleghi in un ristorante tipico, con un sacco di candele e il pavimento di legno. E dietro di me, si siede Bebo Valdes. Tra i due, quello più sorpreso è lui, che si stupisce che qualcuno lo riconosca e si emozioni nello stringergli la mano.
Poi arriva il Grammy con Diego el Cigala. Un disco coraggioso, uno dei pochi esperimenti di fusione tra flamenco e musica cubana perfettamente riusciti. "E' stato difficile - ammette Valdes in un'intervista - perché el Cigala è un personaggio difficile che fa sempre quello che vuole. Ci ho messo un po' a capire come essere me stesso in quel contesto".
E ha funzionato. Imperdibile il solo di pianoforte di Bebo sulle note di Veinte Años, poetico il duetto piano voce flamenca sul classicissimo Lagrimas Negras. Un disco di quelli che si ascoltano mille volte e ci si emoziona ogni volta.
A giorni esce un nuovo disco di Valdes, il suo primo disco tutto da solista, intitolato Bebo. "In realtà ne avevo registrato uno tanti anni fa - racconta - ma era solo per la mia famiglia, perché ero appena uscito dall'ospedale e avevo paura che mi succedesse qualcosa. Così volevo lasciare un ricordo di me ai miei cari e ho registrato i miei brani preferiti. C'era un po' di tutto. Adesso, però, posso dire di avere lo stesso dominio della tastiera che aveva Rachmaninov". Riguardo al suo stile personalissimo di interpretare i brani classici, Bebo risponde: "quando si è musicisti, soprattutto se si viene da Cuba, si conoscono tanti generi diversi. Potrei suonare qualsiasi cosa, ma alla fine un musicista deve suonare quello che riflette ciò che si è. Bisogna sapere chi si è per suonare. Io sono un africano di Cuba". E, infatti, il suo nuovo disco (fortemente voluto dal suo produttore Fernando Trueba) sarà una raccolta di classicissimi della musica cubana tra i quali Manuel Saumell, Sindo Garay, Ernesto Lecuona.
In questi giorni, il vecchio Bebo è impegnato in una serie di concerti in trio con i due figli Chucho e Mayra, una cantante poco nota fuori da Cuba, ma dalle doti davvero eccezionali.

Postato da: KekeB a 21:17 | link | commenti (2) |
musica, personaggi

sabato, 26 febbraio 2005
Cuba ricorda Cabrera Infante, la Spagna no - Cuba recuerda Cabrera Infante, España no

 A volte accadono cose strane. Capita che girando per i siti ufficiali di Cuba, quelli sottoposti al controllo governativo, alla censura, infarciti di retorica di regime e di tutto il bagaglio socialista, si trovino continui accenni alla morte dello scrittore Cabrera Infante. Certo, non si dimentica di dire che era un "nemico della patria", in alcuni casi lo si definisce addirittura un fanatico, non ci si esime dal ricordare il suo "tradimento" della rivoluzione, ma nessuno tralascia di sottolineare il grande valore letterario di Cabrera Infante, per Cuba e per l'intera America ispanica. Sinceramente, non me l'aspettavo. Meno mi avrebbe sorpreso il silenzio con cui sono stati accompagnati alla tomba altri illustri fuoriusciti.
Che sia un segno? Un altro segno che sorprende è, invece, il silenzio con cui lo stesso evento è stato accolto da questa parte dell'Atlantico, nella Spagna di Zapatero (che a me sta simpatico, lo dico subito...). Grandi articoli sui giornali, importanti elogi funebri da parte di intellettuali e giornalisti, ma nessun cenno, nessuna nota, niente, da parte del governo o del ministero della Cultura. Dovevano dire qualcosa? Sì, sicuramente, se non altro perché Guillermo Cabrera Infante era stato insignito del premio Cervantes, uno dei massimi riconoscimenti ufficiali della cultura spagnola, ed era quindi di diritto entrato a far parte delle voci importanti della penisola iberica.
Paese che vai, socialismo che trovi...
...
A veces pasan cosas extrañas. Sucede que navegando en los sitios oficiales de Cuba, aquellos que están constantemente bajo el control del Gobierno, bajo censura, rellenos de retórica de régimen y de todo el bagaje socialista, se encuentren continuas alusiones a la muerte del escritor Cabrera Infante. Claro, a nadie se le olvida mencionar que fue "enemigo de la patria" y en algunos casos es definido hasta fanático; no se deja de recordar su "traición" a la revolución, pero al mismo tiempo nadie omite subrayar el gran valor literario de Cabrera Infante, para Cuba y para toda America hispanica. Sinceramente, me sorprendió. Menos me hubiera sorprendido encontrar el mismo silencio con que han sido acompañado a la tumba otros profugos ilustres.
¿Quizas sea una señal? Otra señal sorprendente es, sin embargo, el silencio con que el mismo acontecimiento fue acogido en esta orilla del Atlantico, en la España de Zapatero (que a mi me cae muy bien, lo digo para que quede claro...). Anchos articulos en los periodicos, importantes elogios funebres hechos por intelectuales y periodistas, pero ninguna alusion, ninguna nota, nada, por parte del gobierno o por el ministerio de la Cultura. ¿Tenian que decir algo? Seguro que si. Por lo menos porque Guillermo Cabrera Infante recibió el premio Cervantes, uno de los mayores reconocimientos oficiales en el mundo cultural español, por lo tanto podía considerarse de derecho una de las voces importantes de la peninsula iberica.
Cada país con su propio socialismo...

Postato da: KekeB a 18:51 | link | commenti (2) |
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