Blogqueo - voces de Cuba

Noticias sin pasaporte, dentro y afuera de Cuba.
Notizie da e fuori Cuba, senza bisogno di passaporto.
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domenica, 11 settembre 2005
Tutta colpa di Katrina?

SOno rimasta a guardare annichilita le immagini della morte di New Orleans.
Ho letto, ho visto immagini, mi sono commossa e indignata. E tutti a dare la colpa alla natura, a Katrina, all'inclemenza degli elementi. E non alle dighe che hanno ceduto, agli esseri umani che hanno costruito interi quartieri sei metri sotto il livello del mare senza curarsi di essere totalmente circondati dall'acqua. E neppure alla mancanza totale di un piano di emergenza, di organizzazione. E mai e poi mai all'inciviltà e alla bruttura dell'animo di tanti, troppi esseri umani che già prima di Katrina vivevano al di sotto della soglia della povertà e anche della civiltà, mi sento di aggiungere.
In tutto questo che c'entra Cuba? C'entra. Cuba è un'isola che ogni anno sopporta il passaggio di svariati uragani, alcuni più forti, altri meno. Le perdite materiali sono spesso devastanti. Ricordo di cicloni che hanno distrutto ponti e strade, di cittadine rimaste isolate per giorni, di raccolti distrutti ed economie locali disastrate. Ma mai, mai che possa ricordare, le vittime hanno superato le decine, e spesso sono state causate da incidenti dovuti a imprudenza o a effetti collaterali all'uragano stesso.
Perché? Perché a Cuba esiste un'organizzazione precisa. Esistono le comunità, il quartiere come nucleo fondamentale della vita civica. Può suonare un po' propagandistico, eppure è vero. Il Cdr (comitato per la difesa della rivoluzione) è un organismo che il più delle volte serve a rompere le palle a chi sgarra dalla fede socialista-rivoluzionaria, ma in certi casi ha la sua utilità. I responsabili di quartiere hanno infatti il dovere di conoscere esattamente il piano di evacuazione della propria zona. Devono sapere da quante persone è composto il loro quartiere, quanti anziani, quanti bambini, quanti ammalati o donne incinte. Devono sapere dove andrebbe ciascuna di queste persone se dovesse lasciare la propria casa e di questo deve informare il consiglio municipale e via via, risalendo la piramide, fino ad ottenere un piano di evacuazione cittadino o provinciale.
Funziona. Ha funzionato in svariate occasioni. E a ricordarlo non è stato il governo cubano, ma l'Università di Oxford, dove un gruppo di studiosi ha indicato nel piano di emergenza dell'isola quello più efficiente al mondo e ha proposto la sua esportazione a tutte le altre aree sottoposte agli stessi eventi naturali.
Inoltre. A nessun cubano sano di mente verrebbe in mente di rubare il cibo a un bambino, neppure nella peggiore delle necessità, o di terrorizzare una famiglia per fregarsi una coperta. La maggior parte delle brutture e degli orrori che New Orleans ha vissuto in questi giorni sono state causate dagli stessi cittadini di New Orleans. E' la sub-cultura dell'America più povera. E' la follia di chi si trascina lungo una strada diventata un canale putrido portandosi dietro poche masserizie e un'intera cassa di pepsi Diet sotto un braccio, o chi, preso dalla comprensibile (e in alcuni casi direi legittima) ansia del saccheggio pensa bene di infilare in un carrello della spese non acqua o cibo, ma un televisore al plasma o di chi, rifugiato su un tetto, chiede aiuto scrivendo no food no wather!
Fidel Castro ha offerto alla Louisiana un drappello di medici e paramedici per andare a dare una mano. Gli Stati Uniti hanno sdegnosamente e ufficiosamente rifiutato, negando pubblicamente che Cuba abbia mai offerto soccorsi.
Hanno detto di avere abbastanza personale qualificato. Ma alla Cnn giusto l'altro ieri, un paramedico della Croce Rossa chiedeva aiuto professionale di ogni tipo, anche solo per dare il cambio a quelli che, stremati, si stavano ammazzando di lavoro senza tregua da giorni. Un giornalista della Fox (tv decisamente filogovernativa) piangeva a dirotto di fronte alle centinaia di persone che non avevano mai visto un aiuto di alcun tipo, tantomeno un medico.
Si dice che la necessità aguzza l'ingegno. A Cuba nessun proverbio può risultare più vero. Poche miglia più in là, sembra che l'ingegno non sia neppure mai esistito.

Postato da: KekeB a 13:42 | link | commenti |
politica, eventi, società

venerdì, 26 agosto 2005
L'isola senza cervelli

Se ne vanno tutti. Uno dopo l'altro, a volte quasi a grappoli, gli artisti, gli uomini di cultura, i cervelli più attivi, lasciano l'isola e si fermano da qualche parte, spesso dall'altra parte: gli Stati Uniti.
Ultimamente, credo addirittura lo stesso giorno, hanno deciso di non rientrare più a Cuba uno dei primi ballerini del Ballet Nacional e uno dei più stimati comici teatrali e televisivi.
Il primo, Rolando Sarabia, è una delle stelle più brillanti nel cielo della danza classica mondiale. Il governo cubano gli ha negato il permesso di firmare un contratto annuale con il Chicago Ballet e lui ha deciso di chiedere asilo politico agli Stati Uniti. A Chicago ci andrà comunque. L'altro, Conrado Cogle Alvarez, da anni in tournée quasi costante in Europa si è visto ritirare il permesso di residenza provvisoria all'estero (formula che permette agli artisti di viaggiare e di rientrare a Cuba senza grossi problemi) per aver accettato di esibirsi a Miami, dove, come reazione alla notizia della sospensione del Pre, ha deciso di rimanere.
Che peccato. Per me è uno strazio vedere come Cuba da un lato continua a formare e sfornare artisti di calibro internazionale, menti acute, medici eccellenti, ingegneri, pittori, registi, scrittori e poi li allontana da sé quasi sempre per colpa di una burocrazia applicata in modo torpe e oscurantista.
Si, perché è importante capire che quando un grande artista o un brillante ricercatore decide di lasciare definitivamente Cuba non lo fa quasi mai per denaro. Infatti, quelli che hanno il privilegio e la fortuna di non avere più il problema della burocrazia e di non avere limiti nella possibilità di viaggiare, tornano sempre e vivono come non potrebbero mai vivere all'estero. Prendiamo, ad esempio, artisti come Los Van van, o Chucho Valdes, acclamati ovunque, costantemente in tournée in tutto il mondo eppure saldamente ancorati alle loro vite habanere. Sono dei re, vivono al di sopra del resto del genere umano, sono miti ambulanti con uno status e uno stile di vita che non avrebbero in nessun altro posto.
Allora perché? quale stupido ottuso passacarte "comunista" non riesce a cogliere il valore di queste perdite per l'intero paese, per la sua considerazione internazionale e per la sua possibilità di sviluppo interno?
Cuba spende denaro, molto, sicuramente più di quanto se ne investe in Italia ad esempio, per formare le proprie menti migliori. Anche dal punto di vista economico, quindi, ogni defezione è una pesante perdita, un vuoto in bilancio.
Ma c'è di più. Così come gli artisti si allontanano e perdono qualsiasi stimolo nei confronti del proprio paese, allo stesso modo, ma più silenziosamente, se ne vanno i cervelli politici. Fino a qualche anno fa, infatti, a Cuba esistevano ancora correnti di pensiero, dibattiti, anche solo fra le quattro mura di una casa, intellettuali che avevano qualcosa da dare all'isola per il suo futuro. Non ce ne sono quasi più. Se ne sono andati. Resta un paese di burocrati sempre meno convinti e sempre più incazzosi, di poliziotti giovani e arroganti e di gente che si prepara per affrontare un viaggio senza biglietto di ritorno. Qualcuno dovrebbe riflettere.

Postato da: KekeB a 11:41 | link | commenti |
politica, economia, società

domenica, 14 agosto 2005
Felicidades Fidel

Ieri Fidel Alejandro Castro Ruz, presidente della Repubblica di Cuba, ha compiuto 79 anni. Di questi, 46 li ha passati al potere, nel bene e nel male, ma saldamente al potere.
Mica poco.
Consiglio un passaggio a questo indirizzo http://www.patriagrande.net/cuba/fidel.castro/biografia.htm per avere almeno una vaga idea del personaggio (in lingua spagnola). Se si preferisce l'inglese, meglio un giro qui: http://www.marxists.org/history/cuba/archive/castro/
Qualunque sia la propria opinione politica o personale, bisogna prendere atto che Fidel Castro è uno degli ultimi uomini che hanno davvero fatto la storia.
A mio parere, merita un minimo di conoscenza.
Feliz cumpleaños comandante.

Postato da: KekeB a 12:59 | link | commenti (3) |
politica, personaggi, eventi

sabato, 30 luglio 2005
Le 364 vite di Fidel

Un numero su cui a Cuba se ne sentono di tutti i colori. Finalmente è diventato una cifra precisa e documentata: 364, ovvero il numero di attentati a cui il Comandante Fidel Castro è scampato dal trionfo della Rivoluzione ad oggi.
La fonte è di quelle serie. Si tratta infatti di un libro pubblicato in questi giorni all'Habana messo insieme da Fabiàn Escalante, ovvero l'ex capo dei servizi segreti cubani, con i contributi di ex-spie della Cia, documenti resi pubblici dagli archivi statunitensi e testimoni di vario genere, tra cui non poteva mancare il presidente cubano.
Il libro si intitola "La guerra secreta. Cronologia del crimen, 1959-2000". Malgrado non ci sono dubbi sul fatto che il testo contenga un certo quantitativo standard di propaganda e un altro tot di esagerazioni (se non invenzioni vere e proprie), resta il fatto assolutamente assodato che i tentativi di uccidere Fidel sono stati innumerevoli, chissà forse davvero quanti i giorni di un anno solare.
Alcuni di questi tentativi sono oggetto di leggende popolari e racconti che infervorano le conversazioni cubane da sempre e che si sono via via ricoperti di dettagli e iperboli fino a renderli veri e propri miti.
Altri sono fatti storici ben documentati e testimoniati, altri ancora erano fino ad oggi del tutto sconosciuti.
Il libro è diviso in tre parti: la prima è il testo integrale di un documento di un ispettore della Cia, il secondo è un commento (immagino non di due pagine...) dello stesso Fidel Castro, il terzo è la ricostruzione storica dei 230 principali tentativi di assassinio ai danni del comandante in capo.
Sono curiosissima e francamente è uno dei libri che comprerò appena metterò piede a Cuba. 

Postato da: KekeB a 19:07 | link | commenti (2) |
politica, personaggi, letteratura, storia, società

mercoledì, 25 maggio 2005
Buoni o cattivi? Riflessioni fuori dai riflettori

Ci sono argomenti, riguardo alla vita di Cuba, che faccio fatica ad affrontare. Non è che li consideri tabù, niente affatto, è che mi risulta difficile crearmi un'opinione. Un chiaro esempio di uanto dico è l'assemblea dei dissidenti che si è svolta all'Habana nei giorni scorsi e tutto il contorno di espulsioni, censure, commenti e stupidaggini scritte e dette in giro per il mondo.
Di fronte ad argomenti di questo genere, quando si tratta di Cuba, è quasi impossibile capire dove sta il confine tra torto e ragione, chi sono i buoni e chi i cattivi. A distanza di qualche giorno dalla bagarre che ha accompagnato lo storico evento voglio provare a fare qualche schematica riflessione. Proviamo, ad esempio, a fare il gioco dei buoni e cattivi.
Buoni: Assemblea per la promozione della società civile. Ovvero, i dissidenti: un paio di centinaia, che si sono riuniti per la prima volta pubblicamente nella Capitale dell'isola. Guardiamo meglio. In realtà sotto questa sigla unitaria si mescolano decine di gruppuscoli dell'opposizione che rappresentano solo una minima parte delle correnti anticastriste dell'isola. La fetta maggioritaria, quella di matrice cattolica, convinta della necessità di trovare una via dolce e soprattutto non guidata dagli Stati Uniti verso la democrazia, a quell'assemblea non c'è voluta andare. Troppe strumentalizzazioni, hanno detto i promotori del documento per la democratizzazione di Cuba, troppe influenze americane, troppe divergenze su obiettivi e metodi per condurre l'isola fuori dalla dittatura. Non sono stati in molti a far notare quest'assenza sulla stampa occidentale, eppure è fondamentale per capire il clima che circondava quei duecento, molti dei quali reduci da anni di carcere e di persecuzioni. Però, tra i buoni senza macchia e senza paura proprio non riesco a metterli.
Proviamo con i giornalisti occidentali che sono stati espulsi.
Cavalieri dell'informazione a cui il crudele regime totalitarista ha imbavagliato bocche e computer e, non senza pesanti torture psicologiche per fargli scucire le preziose informazioni di cui erano in possesso, ha rispedito a casa con il marchio di indesiderati? Fosse così, sarebbero buoni senza ombra di dubbio. Ma: tutti i giornalisti rimandati a casa erano a Cuba senza essere accreditati all'evento. Mi chiedo se gli americani farebbero entrare, che ne so, a Guantanamo durante una protesta dei detenuti, un gruppo di giornalisti non scrupolosamente vagliati dal governo... mah!
Certo, le espulsioni non fanno mai bene all'immagine di un governo che voglia mostrarsi democratico, ma mi sorge spontaneo un dubbio, forse perché con i giornalisti tendo ad essere un po' cattivella... Non è che per caso un giornalista che si presenta all'Habana con visto turistico proprio nei giorni in cui c'è l'assemblea dei dissidenti stia forse cercando di provocare un'esplusione? Insinuo il dubbio e nei buoni non ce li metto.
Cattivi a questo punto resterebbero il tiranno Fidel e i suoi scagnozzi della Polizia politica.
In linea di massima non vedo motivi per non classificarli così. Ma penso che tutti meritino una possibilità e voglio guardare meglio. Allora vedo un dittatore un po' sui generis, ma pur sempre dittatore, che vede da vicino la fine di un'epoca (e di una vita, la sua) e sta cercando di correre ai ripari dallo sfacelo che potenzialmente si abbatterà sull'isola quando non ci sarà più lui a tirare le fila di ogni cosa. E allora fa degli esperimenti. Prende un manipolo di persone che lo odiano e che hanno anche diversi buoni motivi per farlo e, dopo avergli somministrato abbondanti dosi di carceri popolari e rieducazione comunista, decide che sono casi disperati e permette loro addirittura di riunirsi pubblicamente, con tanto di appoggio dal nemico giurato Bush. Un bel passo avanti, direi. Non sono molti i dissidenti cinesi, o americani, che sono riusciti a fare altrettanto.
E la polizia? Premetto che la polizia cubana non mi ispira alcuna simpatia. In genere sono arroganti ragazzetti ignoranti che usano la divisa come scudo per sfogare le proprie frustrazioni (ma non è così un po' ovunque?). Però c'è un altro livello di polizia, quello che non sta per strada a chiedere il "carné 'e identida' " a chiunque abbia una faccia che gli sta sui cosiddetti...
C'è la polizia politica. Una brutta cosa, ovunque essa sia. E' fatta da uomini generalmente istruiti, generalmente intelligenti e molto motivati. Sono quelli con cui si sono trovati ad avere a che fare i tanti giornalisti occidentali rimandati a casa in questi giorni. Cattivi senza ombra di dubbio? A sentire la giornalista di Repubblica Francesca Caferri, neppure troppo. L'hanno trattata con gentilezza, con l'ironia di chi sa che sfrecciare per l'Habana a sirene spiegate a bordo di una Lada piena di ruggine e dai pneumatici lisci fa un po' ridere e l'hanno anche invitata a tornare presto a Cuba, questa volta per turismo vero...
Sono sempre più confusa. Nemmeno gli espulsi riescono a definire cattivi i propri aguzzini? Cuba fa questi strani scherzi un po' a tutti. Alla fine, tra buoni e cattivi mi sa che le uniche ragioni potrebbero stare dalla parte di chi non ha parlato. Magari a qualche giornalista potrebbe venire il desiderio di andare ad ascoltare...

Postato da: KekeB a 11:45 | link | commenti (3) |
politica, eventi, habana

mercoledì, 20 aprile 2005
Lo sapevate? anche i cubani votano... sapevatelo!

Non è un fatto molto pubblicizzato, ma a Cuba si vota!
In realtà si vota tantissimo, molto più che in qualsiasi altro paese occidentale democratico. Il sistema di voto è piuttosto complesso, ma è molto interessante perché rappresenta probabilmente uno dei pochi esempi di reale democrazia elettiva, almeno sulla carta.
Le elezioni che in questi giorni hanno portato alle urne praticamente la totalità dei cubani aventi diritto di voto (la percentuale dei votanti supera il 96%) è l'atto finale di un processo iniziato un paio di mesi fa.
Si vota per l'elezione dei delegati alle Assemblee Municipali, che hanno una scadenza di due anni e mezzo. Tutti i cittadini con diritto di voto sono anche eleggibili. Le liste dei candidati vengono stilate durante i mesi precedenti al voto finale attraverso le assemblee di quartiere. Non ci sono partiti, né campagna elettorale. Ogni cittadino candidato si presenta come individuo. Una volta eletti, i rappresentanti dei cittadini non riceveranno alcun salario per il lavoro politico svolto. In tutto questo, il partito comunista ha come unica funzione quella di sovrintendere al corretto funzionamento del processo elettivo.
Dalle elezioni di quest'anno, quasi del tutto concluse domenica scorsa, il numero di donne e di giovani sotto i trent'anni eletti alle Assemblee è altissimo.
Che dire? Certo, il sistema apparentemente così perfettamente democratico, ha un paio di grossi buchi neri. Uno è il comandante in capo, una sorta di padre padrone dell'intero meccanismo Cuba, e l'altro si chiama Partito Comunista, unico garante della legittimità di ogni attività politica.
I buchi neri, in ogni caso, non giustificano la totale mancanza di pubblicità nei confronti del sistema politico cubano. Tutti ne parlano: chi incensando il meraviglioso sistema socialista della sanità e dell'educazione per tutti, chi condannando il terribile regime della dittatura che opprime le libertà individuali e attacca i diritti civili.
Ma come funzioni veramente questo regime/meravigliososistema, nessuno lo sa.

Postato da: KekeB a 11:46 | link | commenti (2) |
politica

martedì, 29 marzo 2005
Diritti e rovesci... umani

 Fino al 22 aprile prossimo si riunisce a Ginevra per la sessantunesima volta la Commissione per i diritti umani. Tra i vari temi sul piatto c'è, ovviamente, la questione Cuba. Inutile dire che gli Stati Uniti hanno preparato pesanti bordate per convincere gli altri stati a confermare o a inasprire le varie sanzioni nei confronti dell'isola.
La notizia che mi interessa commentare, però, è che in questi giorni sta facendo il giro del mondo un documento di sapore contrario a quelli presentati dal governo degli Stati Uniti, con in calce centinaia di firme di intellettuali e personaggi celebri di varie nazioni.
In questo momento, in particolare, il documento è approdato in Spagna, Stato che, per ovvi motivi, fa sempre molta attenzione a quanto si muove nel "suo" Caribe. Tra i tantissimi che hanno firmato spicca il nome dello scrittore José Saramago.
La petizione sostiene che gli Stati Uniti non dovrebbero in alcun modo ergersi a giudici quando si parla di diritti umani e che il loro ennesimo tentativo di gettare fango su Cuba sarebbe una manovra per giustificare un ingiustificabile embargo e per coprire ancora una volta i crimini che ogni giorno si perpetrano nelle carceri nordamericane e, in particolare, nelle prigioni di Abu Ghraib e, (oh oh, ancora Cuba) Guantánamo.

Se fossi un'intellettuale o un personaggio celebre, questo documento lo firmerei anch'io. Visto che non posso, però, mi va di fare una riflessione. Tutta la questione dell'embargo (bloqueo) americano e tutto il veleno che gli Stati Uniti stanno riversando sull'isola caraibica ormai da troppo tempo non hanno solo reso ancora più difficile la vita della gente comune e più facile la speculazione di grossi gruppi finanziari quando si tratta di investire a Cuba. Hanno generato anche un effetto boomerang dalle sfaccettature contrastanti. Un po' quello che succede quando ci si trova per strada di fronte a un bambino che chiede l'elemosina.
Qualsiasi cosa si faccia si ha l'impressione di sbagliare. Sì perché la normale reazione delle persone che hanno un po' di raziocinio di fronte ai continui attacchi alla nazione castrista da parte degli Stati Uniti è ovviamente quella di dire basta, di cercare di far notare al mondo che c'è qualcosa di eccessivo e ingiustificato in questo eterno embargo (come probabilmente in tutti gli embargo). Così facendo, però, si ottiene anche l'effetto di schierarsi (spesso del tutto involontariamente) a favore di un regime che, per il fatto stesso di essere tale, non ha certo bisogno di appoggi e sostegni e che in fatto di diritti umani non avrà forse tutte le terribili colpe che gli imputano gli Stati Uniti, ma non è certo candido e innocente.
Mi chiedo che cosa sarebbe stato del regime di Fidel Castro senza l'aiuto americano...

Postato da: KekeB a 16:56 | link | commenti (1) |
politica, embargo

domenica, 20 marzo 2005
IL peso del kilo

 Il kilo è, in gergo, la moneta nazionale cubana, il peso. In realtà, nell'isola vige un regime economico assolutamente unico al mondo, per cui la moneta nazionale è anche quella meno utilizzabile e meno pregiata, ma è quella con cui ogni cubano deve fare i conti se non può avvalersi di un ingresso "alternativo" in dollari americani.
Da Novembre il dollaro è ufficialmente uscito di scena dal mercato cubano, totalmente rimpiazzato dal surrogato nazionale chiamato "peso convertible". Un altro esempio dell'inventiva castrista che sostituisce al biglietto verde un altro pezzo di carta dall'identico potere d'acquisto, coniato a Cuba e totalmente inutilizzabile al di fuori dei confini dell'isola.
La manovra rientrava comunque nel progetto di recupero dell'economia dell'isola, un tentativo di riapproprazione da parte dello Stato di una serie di settori produttivi in cui cominciava a pesare troppo il capitale straniero, manovra che sembra dare qualche frutto.
Il primo effetto è una rivalutazione del peso, il "kilo", la carta lisa e stracciata con cui vengono pagati i salari cubani e con cui si acquistano i beni con la "libreta" e poco altro. Da qualche giorno a questa parte, quindi, servono 25 pesos cubani per comprare un peso convertibile (ovvero un dollaro) nelle case di cambio ufficiali (CadeCa).
Una rivalutazione del sette percento annunciata qualche giorno fa da Fidel Castro e indicata come un inizio verso un progressivo aumento del valore della moneta nazionale.
Si tratta di un passo timido ma importante, considerato che il peso negli anni successivi al crollo dell'Unione Sovietica ha subito fluttuazioni vertiginose che hanno toccato i 95 pesos per dollaro in negativo e i 19 a 1 in positivo, mantenendosi comunque ad anni luce dal 7 a 1 dell'epoca precedente al "periodo especial".

Postato da: KekeB a 19:03 | link | commenti |
politica, economia

domenica, 13 marzo 2005
La cucina rivoluzionaria è a pressione - La cocina revolucionaria es a presion

 E' da tanto tempo che nelle cucine cubane pentole a pressione e pentole elettriche per cucinare il riso sono diventate un bene di lusso. Chi non poteva permettersi di spendere venticinque dollari per comprare una pentola a pressione vera in una "shopping" doveva accontentarsi di tenere in vita il proprio residuato di fabbricazione russa o cinese, usando un coltello per tenere chiuso il coperchio.
L'alternativa, come sempre, era il mercato sommerso. L'inventiva cubana aveva risolto il problema delle massaie mettendo sul mercato pentole a pressione artigianali costruite riciclando stoviglie da forno. Prezzo: intorno ai sei dollari.
Naturalmente, il comandante Fidel Castro non era all'oscuro del problema e qualche giorno fa ha trovato la soluzione e l'ha comunicata al popolo cubano con un discorso di sole cinque ore. Le pentole a pressione vere tornano sul mercato calmierato, quello che funziona con la libreta, a partire da aprile. Comprare le nuove pentole sarà anche un gesto altamente rivoluzionario perché significherà risparmiare energia (se il coperchio tiene bene si cucina in metà tempo) e non alimentare il mercato nero.
Da aprile, dunque, la battaglia rivoluzionaria si vincerà con i fagioli neri.
...
Hace muchisimo tiempo en las cocinas cubanas las ollas a presión y las arroceras se han convertido en un lujo desaparecido. Quien no podía alcanzar los veinticinco dolares para comprar una olla a presión de verdad en una "shopping" tenía que conformarse tratando de mantener en vida su residual de fabricación rusa o china, usando un cuchillo para cerrar la tapa.
En alternativa, como siempre, había el mercado negro. Los inventos cubanos resolvian el problema de las amas de casa vendiendo ollas a presión de factura artesanal, hechas reciclando vajillas para el horno. Precio: alrededor de seis dolares.
Natural: el comandante Fidel Castro no estaba a obscura del problema y pocos días atrás encontró la solución y la comunicó al pueblo cubano con un discurso de apenas cinco horas. Hay que volver a vender las ollas a presión de verdad en el mercado para cubanos, él de libreta, a comenzar del mes de abril.
Comprar las nuevas ollas va a ser también un acto altamente revolucionario porque significa ahorrar energia (si la tapa funciona bién se cocina en mitad del tiempo) y dejar de alimentar el mercado negro.
A partir de abril, entonces. la lucha revolucionaria se ganará con los frijoles negros
.

Postato da: KekeB a 11:35 | link | commenti |
politica, economia, cucina, società

sabato, 26 febbraio 2005
Cuba ricorda Cabrera Infante, la Spagna no - Cuba recuerda Cabrera Infante, España no

 A volte accadono cose strane. Capita che girando per i siti ufficiali di Cuba, quelli sottoposti al controllo governativo, alla censura, infarciti di retorica di regime e di tutto il bagaglio socialista, si trovino continui accenni alla morte dello scrittore Cabrera Infante. Certo, non si dimentica di dire che era un "nemico della patria", in alcuni casi lo si definisce addirittura un fanatico, non ci si esime dal ricordare il suo "tradimento" della rivoluzione, ma nessuno tralascia di sottolineare il grande valore letterario di Cabrera Infante, per Cuba e per l'intera America ispanica. Sinceramente, non me l'aspettavo. Meno mi avrebbe sorpreso il silenzio con cui sono stati accompagnati alla tomba altri illustri fuoriusciti.
Che sia un segno? Un altro segno che sorprende è, invece, il silenzio con cui lo stesso evento è stato accolto da questa parte dell'Atlantico, nella Spagna di Zapatero (che a me sta simpatico, lo dico subito...). Grandi articoli sui giornali, importanti elogi funebri da parte di intellettuali e giornalisti, ma nessun cenno, nessuna nota, niente, da parte del governo o del ministero della Cultura. Dovevano dire qualcosa? Sì, sicuramente, se non altro perché Guillermo Cabrera Infante era stato insignito del premio Cervantes, uno dei massimi riconoscimenti ufficiali della cultura spagnola, ed era quindi di diritto entrato a far parte delle voci importanti della penisola iberica.
Paese che vai, socialismo che trovi...
...
A veces pasan cosas extrañas. Sucede que navegando en los sitios oficiales de Cuba, aquellos que están constantemente bajo el control del Gobierno, bajo censura, rellenos de retórica de régimen y de todo el bagaje socialista, se encuentren continuas alusiones a la muerte del escritor Cabrera Infante. Claro, a nadie se le olvida mencionar que fue "enemigo de la patria" y en algunos casos es definido hasta fanático; no se deja de recordar su "traición" a la revolución, pero al mismo tiempo nadie omite subrayar el gran valor literario de Cabrera Infante, para Cuba y para toda America hispanica. Sinceramente, me sorprendió. Menos me hubiera sorprendido encontrar el mismo silencio con que han sido acompañado a la tumba otros profugos ilustres.
¿Quizas sea una señal? Otra señal sorprendente es, sin embargo, el silencio con que el mismo acontecimiento fue acogido en esta orilla del Atlantico, en la España de Zapatero (que a mi me cae muy bien, lo digo para que quede claro...). Anchos articulos en los periodicos, importantes elogios funebres hechos por intelectuales y periodistas, pero ninguna alusion, ninguna nota, nada, por parte del gobierno o por el ministerio de la Cultura. ¿Tenian que decir algo? Seguro que si. Por lo menos porque Guillermo Cabrera Infante recibió el premio Cervantes, uno de los mayores reconocimientos oficiales en el mundo cultural español, por lo tanto podía considerarse de derecho una de las voces importantes de la peninsula iberica.
Cada país con su propio socialismo...

Postato da: KekeB a 18:51 | link | commenti (2) |
politica, personaggi, letteratura



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