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SOno rimasta a guardare annichilita le immagini della morte di New Orleans.
Ho letto, ho visto immagini, mi sono commossa e indignata. E tutti a dare la colpa alla natura, a Katrina, all'inclemenza degli elementi. E non alle dighe che hanno ceduto, agli esseri umani che hanno costruito interi quartieri sei metri sotto il livello del mare senza curarsi di essere totalmente circondati dall'acqua. E neppure alla mancanza totale di un piano di emergenza, di organizzazione. E mai e poi mai all'inciviltà e alla bruttura dell'animo di tanti, troppi esseri umani che già prima di Katrina vivevano al di sotto della soglia della povertà e anche della civiltà, mi sento di aggiungere.
In tutto questo che c'entra Cuba? C'entra. Cuba è un'isola che ogni anno sopporta il passaggio di svariati uragani, alcuni più forti, altri meno. Le perdite materiali sono spesso devastanti. Ricordo di cicloni che hanno distrutto ponti e strade, di cittadine rimaste isolate per giorni, di raccolti distrutti ed economie locali disastrate. Ma mai, mai che possa ricordare, le vittime hanno superato le decine, e spesso sono state causate da incidenti dovuti a imprudenza o a effetti collaterali all'uragano stesso.
Perché? Perché a Cuba esiste un'organizzazione precisa. Esistono le comunità, il quartiere come nucleo fondamentale della vita civica. Può suonare un po' propagandistico, eppure è vero. Il Cdr (comitato per la difesa della rivoluzione) è un organismo che il più delle volte serve a rompere le palle a chi sgarra dalla fede socialista-rivoluzionaria, ma in certi casi ha la sua utilità. I responsabili di quartiere hanno infatti il dovere di conoscere esattamente il piano di evacuazione della propria zona. Devono sapere da quante persone è composto il loro quartiere, quanti anziani, quanti bambini, quanti ammalati o donne incinte. Devono sapere dove andrebbe ciascuna di queste persone se dovesse lasciare la propria casa e di questo deve informare il consiglio municipale e via via, risalendo la piramide, fino ad ottenere un piano di evacuazione cittadino o provinciale.
Funziona. Ha funzionato in svariate occasioni. E a ricordarlo non è stato il governo cubano, ma l'Università di Oxford, dove un gruppo di studiosi ha indicato nel piano di emergenza dell'isola quello più efficiente al mondo e ha proposto la sua esportazione a tutte le altre aree sottoposte agli stessi eventi naturali.
Inoltre. A nessun cubano sano di mente verrebbe in mente di rubare il cibo a un bambino, neppure nella peggiore delle necessità, o di terrorizzare una famiglia per fregarsi una coperta. La maggior parte delle brutture e degli orrori che New Orleans ha vissuto in questi giorni sono state causate dagli stessi cittadini di New Orleans. E' la sub-cultura dell'America più povera. E' la follia di chi si trascina lungo una strada diventata un canale putrido portandosi dietro poche masserizie e un'intera cassa di pepsi Diet sotto un braccio, o chi, preso dalla comprensibile (e in alcuni casi direi legittima) ansia del saccheggio pensa bene di infilare in un carrello della spese non acqua o cibo, ma un televisore al plasma o di chi, rifugiato su un tetto, chiede aiuto scrivendo no food no wather!
Fidel Castro ha offerto alla Louisiana un drappello di medici e paramedici per andare a dare una mano. Gli Stati Uniti hanno sdegnosamente e ufficiosamente rifiutato, negando pubblicamente che Cuba abbia mai offerto soccorsi.
Hanno detto di avere abbastanza personale qualificato. Ma alla Cnn giusto l'altro ieri, un paramedico della Croce Rossa chiedeva aiuto professionale di ogni tipo, anche solo per dare il cambio a quelli che, stremati, si stavano ammazzando di lavoro senza tregua da giorni. Un giornalista della Fox (tv decisamente filogovernativa) piangeva a dirotto di fronte alle centinaia di persone che non avevano mai visto un aiuto di alcun tipo, tantomeno un medico.
Si dice che la necessità aguzza l'ingegno. A Cuba nessun proverbio può risultare più vero. Poche miglia più in là, sembra che l'ingegno non sia neppure mai esistito.
Se ne vanno tutti. Uno dopo l'altro, a volte quasi a grappoli, gli artisti, gli uomini di cultura, i cervelli più attivi, lasciano l'isola e si fermano da qualche parte, spesso dall'altra parte: gli Stati Uniti.
Ultimamente, credo addirittura lo stesso giorno, hanno deciso di non rientrare più a Cuba uno dei primi ballerini del Ballet Nacional e uno dei più stimati comici teatrali e televisivi.
Il primo, Rolando Sarabia, è una delle stelle più brillanti nel cielo della danza classica mondiale. Il governo cubano gli ha negato il permesso di firmare un contratto annuale con il Chicago Ballet e lui ha deciso di chiedere asilo politico agli Stati Uniti. A Chicago ci andrà comunque. L'altro, Conrado Cogle Alvarez, da anni in tournée quasi costante in Europa si è visto ritirare il permesso di residenza provvisoria all'estero (formula che permette agli artisti di viaggiare e di rientrare a Cuba senza grossi problemi) per aver accettato di esibirsi a Miami, dove, come reazione alla notizia della sospensione del Pre, ha deciso di rimanere.
Che peccato. Per me è uno strazio vedere come Cuba da un lato continua a formare e sfornare artisti di calibro internazionale, menti acute, medici eccellenti, ingegneri, pittori, registi, scrittori e poi li allontana da sé quasi sempre per colpa di una burocrazia applicata in modo torpe e oscurantista.
Si, perché è importante capire che quando un grande artista o un brillante ricercatore decide di lasciare definitivamente Cuba non lo fa quasi mai per denaro. Infatti, quelli che hanno il privilegio e la fortuna di non avere più il problema della burocrazia e di non avere limiti nella possibilità di viaggiare, tornano sempre e vivono come non potrebbero mai vivere all'estero. Prendiamo, ad esempio, artisti come Los Van van, o Chucho Valdes, acclamati ovunque, costantemente in tournée in tutto il mondo eppure saldamente ancorati alle loro vite habanere. Sono dei re, vivono al di sopra del resto del genere umano, sono miti ambulanti con uno status e uno stile di vita che non avrebbero in nessun altro posto.
Allora perché? quale stupido ottuso passacarte "comunista" non riesce a cogliere il valore di queste perdite per l'intero paese, per la sua considerazione internazionale e per la sua possibilità di sviluppo interno?
Cuba spende denaro, molto, sicuramente più di quanto se ne investe in Italia ad esempio, per formare le proprie menti migliori. Anche dal punto di vista economico, quindi, ogni defezione è una pesante perdita, un vuoto in bilancio.
Ma c'è di più. Così come gli artisti si allontanano e perdono qualsiasi stimolo nei confronti del proprio paese, allo stesso modo, ma più silenziosamente, se ne vanno i cervelli politici. Fino a qualche anno fa, infatti, a Cuba esistevano ancora correnti di pensiero, dibattiti, anche solo fra le quattro mura di una casa, intellettuali che avevano qualcosa da dare all'isola per il suo futuro. Non ce ne sono quasi più. Se ne sono andati. Resta un paese di burocrati sempre meno convinti e sempre più incazzosi, di poliziotti giovani e arroganti e di gente che si prepara per affrontare un viaggio senza biglietto di ritorno. Qualcuno dovrebbe riflettere.
Un numero su cui a Cuba se ne sentono di tutti i colori. Finalmente è diventato una cifra precisa e documentata: 364, ovvero il numero di attentati a cui il Comandante Fidel Castro è scampato dal trionfo della Rivoluzione ad oggi.
La fonte è di quelle serie. Si tratta infatti di un libro pubblicato in questi giorni all'Habana messo insieme da Fabiàn Escalante, ovvero l'ex capo dei servizi segreti cubani, con i contributi di ex-spie della Cia, documenti resi pubblici dagli archivi statunitensi e testimoni di vario genere, tra cui non poteva mancare il presidente cubano.
Il libro si intitola "La guerra secreta. Cronologia del crimen, 1959-2000". Malgrado non ci sono dubbi sul fatto che il testo contenga un certo quantitativo standard di propaganda e un altro tot di esagerazioni (se non invenzioni vere e proprie), resta il fatto assolutamente assodato che i tentativi di uccidere Fidel sono stati innumerevoli, chissà forse davvero quanti i giorni di un anno solare.
Alcuni di questi tentativi sono oggetto di leggende popolari e racconti che infervorano le conversazioni cubane da sempre e che si sono via via ricoperti di dettagli e iperboli fino a renderli veri e propri miti.
Altri sono fatti storici ben documentati e testimoniati, altri ancora erano fino ad oggi del tutto sconosciuti.
Il libro è diviso in tre parti: la prima è il testo integrale di un documento di un ispettore della Cia, il secondo è un commento (immagino non di due pagine...) dello stesso Fidel Castro, il terzo è la ricostruzione storica dei 230 principali tentativi di assassinio ai danni del comandante in capo.
Sono curiosissima e francamente è uno dei libri che comprerò appena metterò piede a Cuba.
Otto bambini sono morti negli ultimi giorni nei dintorni dell'Habana a causa di un virus non ancora identificato.
Detta così la notizia non fa una grande impressione. In fondo, cose di questo genere capitano ogni giorno moltiplicate per grandi numeri in moltissime zone depresse del pianeta.
Parlando di Cuba, invece, la notizia fa parlare. L'ho trovata in parecchi notiziari americani (del Nord e del Sud America) e anche in qualche notiziario spagnolo.
All'Habana questo fatto è sulla bocca di tutti. I cubani non sono abituati a sentire che i propri bambini muoiono di strane malattie. Nel 2004 Cuba ha raggiunto, secondo fonti Unicef, il più basso tasso di mortalità infantile di tutto il Sud America ed è tra i primi 30 paesi al mondo per quanto riguarda questo fondamentale indice dello sviluppo igienico-sanitario di un paese.
Per questo la morte di otto bambini colpisce.
Colpisce e fa male a chi conosce la cura che i cubani dedicano ai propri piccoli. I medici fanno sapere che il virus potrebbe essere una conseguenza delle peggiorate condizioni igieniche dopo il passaggio del ciclone . Già, perché forse non tutti sanno che buona parte dei dintorni della capitale dell'isola sono rimasti a lungo senza acqua corrente, senza elettricità né collegamenti telefonici (dove già ce n'erano pochi).
Perfino in alcuni quartieri della città la luce continua ad andare e venire peggio del solito e l'acqua è sparita per qualche giorno. Nei negozi di alimentari i prezzi sono volati alle stelle e nelle bodegas (negozi dove si vendono merci calmierate acquistabili con la moneta nazionale) c'è il vuoto totale. Se già prima dell'uragano era consigliabile bollire l'acqua da bere per gran parte dei cittadini della capitale, adesso è assolutamente consigliato farlo dai medici che si stanno occupando dei casi di queste morti.
Mi fa impressione. Mi fa impressione vedere come le due facce dell'isola si stiano a poco a poco sempre più distanziando per cause umane o per cause naturali, come il passaggio di un ciclone.
Da un lato Cuba assomiglia sempre di più ad altri luoghi del Centro America, con i segni più pesanti di una povertà sempre meno dissimulabile. Dall'altra ha dentro di sé un nucleo pesante di conoscenza e cultura (in campo medico, per esempio) che rende questa poverta ancora più insopportabile e faticosa da vivere.
A settembre volevo tornare all'Habana perché la mia bambina cominciasse a conoscere l'altra parte della sua famiglia. In altri tempi non avrei avuto un secondo di titubanza a portarci mia figlia. Tutt'altro, mi sarei sentita più sicura che in qualsiasi altro posto al mondo. E adesso?
Non sarebbe proprio tempo di uragani, però, Dennis ha spiazzato tutti. Cuba agli uragani è abituata e se li aspetta con una certa rassegnazione e, bisogna dirlo, un'ottima organizzazione.
Sembra strano ma io ho dei bei ricordi degli uragani all'Habana. In particolare di George. Avevamo organizzato una specie di auto-carovana per andare in pellegrinaggio alla Caridad del Cobre a Santiago. Siamo partiti dalla capitale in sette, tutti schiacciati dentro una Chevy del 52 che dal pavimento mandava un calore insopportabile. Bisognava viaggiare con i piedi sul sedile e in sette... lascio immaginare. Il nostro bagaglio era composto soprattutto di panini e lattine di birra.
Lungo la strada abbiamo comprato di tutto: aglio, formaggio, frutta di ogni tipo. Forse qualcuno si ricorda il film Guantanamera.
E' stato un viaggio avventuroso e divertentissimo. Ci siamo fermati in posti che per un habanero sono un tuffo in una Cuba che sembra in via di estinzione (e forse lo è), fatta di guajiros a cavallo col machete alla cintura, strade in cui non si incrocia nessuno per ore, buio vero, quello dove non c'è la luce elettrica. Dovevamo fermarci circa a metà strada, intorno a Las Tunas, per andare a trovare un lontano parente di uno dei "pellegrini" che abita in una finca, una fattoria, in mezzo al nulla totale. Un posto surreale. Una casa bellissima, animali ovunque, una campagna rigogliosa e palme, fiori, rigagnoli e pozze di acqua dolce in cui fare il bagno. Finché la mattina la padrona di casa, per essere sommamente gentile e ospitale, ci ha svegliato con dei bicchieroni stracolmi di latte appena munto. Un profumo... una schiuma... Io l'ho assaggiato e poi l'ho messo di nascosto in un pentolino a bollire. Gli altri no. Risultato: i chilometri tra Las Tunas e Santiago sono stati un'interminabile sequenza di fermate in mezzo al bosco...
Siamo arrivati stremati, disidratati, affamati e, quasi tutti, un po' più magri. Andiamo al Cobre e qualcuno si pregia di avvisarci che è annunciato l'arrivo di George. Dovrebbe entrare in terraferma proprio in quelle ore, proprio da Santiago, e spostarsi verso occidente. Proprio come noi. Che fare? Non ci sono soldi per fermarsi in sette a Santiago e poi non si sa mai... Ripartiamo subito. Subito, però non è abbastanza. George ci sta alle spalle tutto il tempo. Un muro di nuvole nere che insegue la nostra Chevy blu lungo tutta la carretera central. Ci sfiora la pioggia e il vento fortissimo, ci inghiotte la bassa pressione che ti comprime il petto, e noi, avanti verso l'Habana. A un certo punto, non lo vediamo più. Siamo quasi arrivati. Non abbiamo la radio in macchina e quindi non abbiamo idea di cosa stia succedendo. Fatto sta che quando arriviamo all'Habana la gente che vive lungo il Malecon sta sbaraccando. Portano le loro cose dai parenti che vivono all'interno o dai vicini dei piani alti.
Noi siamo a casa. Stanchi ma contenti e riconoscenti alla Chevy che ha resistito a un'altra battaglia e alla Caridad del CObre che ci ha protetto. Per terminare in bellezza ci riuniamo tutti nell'appartamento di un nostro amico che vive al decimo piano di un grattacielo che sta giusto giusto dietro l'hotel Riviera. DA lì lo spettacolo è da mozzare il fiato. George torna dal mare e investe la città. Non è un uragano di quelli da aver paura. Ma lo stesso lo spettacolo è bellissimo. Il mare si abbassa e poi si gonfia da lontano e sembra sbattere sulla città come spinto dalla mano profonda di Olokun. Noi, reduci da un viaggio molto spirituale, vediamo in quello spettacolo i segni di tutti i nostri Orishas e in qualche modo ci sentiamo di dargli il benvenuto.
Non sempre i cicloni e gli uragani si presentano con questa gentilezza. Dennis non mi pare sia stato di questi. E ancora mi sorprende che, malgrado la furia e la portata dei danni che si è lasciato dietro ad Haiti e Cuba di Dennis si parla solo perché minaccia le coste degli Stati Uniti.
E' vero, Cuba e Haiti hanno i loro Orishas e gli Stati Uniti no. E dove c'è poco da distruggere i danni, valutati in milioni di dollari, sembrano sempre insignificanti rispetto ai numeri che si possono raggiungere in pochi minuti sulle coste della Florida. Quanto ai morti... anche di quelli ce ne vogliono diversi per poter competere con il valore di una vittima nord-americana. Questione di peso... e di dollari...
Negli ultimi giorni ho letto diversi articoli riguardanti la convivenza razziale a Cuba. Si tratta di un tema particolarmente delicato per la vita sociale dell'isola, in cui convivono fisiologicamente una quantità enorme di sfumature di colore, di origini geografiche e culturali in una mezcla che da un lato costituisce il nucleo centrale dell'essere cubani e dall'altro non è libero dai pregiudizi e dagli ostacoli razziali.
NOn è facile parlare di razzismo in un luogo in cui bianchi e negri (e tutte le sfumature intermedie) condividono lingua, stile di vita e, in buona parte, cultura. Eppure è il caso di farlo. Uno studio recente (uno degli articoli che mi hanno ispirato questo post) parla del recente aumento dei matrimoni interraziali e del fatto che tuttora una buona fetta della popolazione cubana sembri considerarli come un fatto poco conveniente da entrambi i lati. Va detto che in genere i problemi esistono quando si parla dei due estremi razziali presenti nell'isola. I bianchi-bianchi (difficile trovarne ma esistono) diretti discendenti dei coloni di varia provenienza, geneticamente abituati alla gestione del potere, all'accesso ai gradi più elevati di istruzione e all'appartenenza agli strati privilegiati della società. E i negri-negri (più numerosi dei primi), geneticamente marchiati dall'esperienza della schiavitù, dall'attitudine alla sottomissione o alla ribellione, e socialmente emarginati nelle fasce più povere, poco istruite e di minore responsabilità nella vita pubblica del paese.
In mezzo c'è un arcobaleno di colori che costituisce la maggioranza della popolazione e all'interno della quale è francamente difficile fare distinzioni. Solo a Cuba esistono parole per distinguere un mulato da un jabao, un trigueño da un indio o da un achinado.
In ragione del passato schiavista, per nulla lontano, è tuttora difficile che un padre di colore accetti di buon grado una relazione della propria figlia con un bianco, discendente dei padroni cattivi, o viceversa di una figlia bianca con un misero discendente dei reietti più emarginati. Diversa sarebbe l'opinione dei genitori di un maschio. Per un uomo di colore è sempre motivo di orgoglio esibire in pubblico una fidanzata o una moglie dalla pelle candida, e per un bianco non è affatto strano avere una relazione con una donna di colore (un po' di più, forse, sposarla, ma a Cuba non c'è una grande differenza).
Inoltre, è indubbio che i neri siano ancora lontani dall'essere degnamente rappresentati nelle posizioni di potere, nelle università o nelle professioni più esposte come quelle del turismo o delle comunicazioni. E' vero che si sentono spesso nel gergo comune frasi dal contenuto fortemente razzista come "e' così educato e fine che sembra un bianco" o "si comporta come un negro", e la cosa peggiore è che spesso frasi così sono pronunciate da persone di colore. Ma è vero anche che la maggior parte delle persone (soprattutto nelle città) non si sognerebbe neppure di selezionare le proprie amicizie o le relazioni sociali in base al colore della pelle.
Un fattore determinante in questo processo di miglioramento lo ha giocato, inoltre, la religione. La santeria, infatti, originariamente patrimonio esclusivo della popolazione negra si è diffusa a tal punto da avere adepti e iniziati in ogni fetta della società, di ogni colore ed estrazione sociale, tanto da determinare una certa ascesa dello status dei vecchi di colore, depositari delle conoscenze originarie della Regla de Ocha.
Il problema è che è profondamente sbagliato cercare di analizzare l'esistenza del razzismo a Cuba secondo i canoni europei, o occidentali in genere. In Europa è facile indirizzare il pregiudizio razziale su persone che provengono da altri paesi e che, oltre a un diverso colore, parlano un'altra lingua, hanno costumi totalmente diversi e generalmente appartengono a strati sociali molto bassi.
A Cuba il razzismo ha un contenuto fondamentalmente esteriore. IL negro è identificato con il modello della persona generalmente poco istruita, violenta e chiassosa, ribelle e superstiziosa. Il bianco con la persona elegante, educata e amabile, razionale e discreta. E' un modello che ho sentito spesso applicare da gente inequivocabilmente scura. Non c'è razzista peggiore dell'anziana mulatta che ha vissuto a servizio nelle case dei ricchi habaneros, ha ricevuto un'educazione di alta classe, ha appreso che cosa è lo stile e ha imparato a prendere le distanze dalle proprie radici africane.
I pregiudizi figliano pregiudizi e non è sufficiente una rivoluzione armata per farli diventare sterili. Continuano a riprodursi con le generazioni. In questi giorni all'Habana c'è Danny Glover a presiedere un convegno sull'importanza di dare spazio alla rappresentanza negra e india in America. I primi a crederci devono essere negri e indios.
Usare la parola per comunicare è un concetto che fa parte del patrimonio genetico dell'homo sapiens. Eppure se ci fermiamo a riflettere un momento, ci accorgiamo che alla parola detta attribuiamo sempre meno importanza, fino a relegarla a uno dei mezzi di espressione meno nobili che conosciamo.
Inoltre, più una società è teconologicamente ed economicamente sviluppata, più la svalutazione della parola detta pesa sui rapporti sociali.
Cuba è uno di quei luoghi in cui le persone, ancora, parlano tanto. Si vive all'aria aperta, si condividono tanti spazi e si parla (e si sparla) tanto e di tutto. A volte ancora mi sorprendo di quante cose posso parlare nell'arco di un pomeriggio quando sto all'Habana e di quante ore posso trascorrere senza sentire il suono della mia voce quando vivo in Italia.
I cubani trascorrono moltissime ore a comunicare con gli altri. Quando non possono farlo direttamente, usano il telefono, per conversazioni interminabili quanto poco costose.
Ma c'è anche un altro aspetto da considerare. Cuba è un luogo in cui la cultura africana è fortemente radicata e meglio conservata di quanto possa accadere in alcuni paesi africani. La religione più diffusa, la santeria, si basa proprio sulla tradizione orale, sulla trasmissione delle conoscenze da padrino/madrina ad ahijado (figlioccio) e sui pataki, specie di favole/parabole, che servono ad apprendere e memorizzare le tantissime nozioni che la pratica di questa religione richiede di conoscere.
Le favole. A Cuba - e in buona parte dell'America latina - si raccontano ancora tante favole, e non solo ai bambini.
E questo spiega perché all'Habana si organizza ogni anno in questo periodo un evento che considero di per sé poetico e un po' commovente: la Fiesta de la Palabra (festa della parola). Si tratta di un festival dedicato ai cantastorie, ai depositari di tradizioni orali antiche, a chi ha fatto di questo mezzo di comunicazione un'arte vera e propria e, in alcuni casi, la insegna anche.
Quest'anno la Fiesta è dedicata alla Colombia, altra nazione in cui di storie se ne raccontano tante, per strada, nelle case, ma anche a scuola e nelle accademie di arte.
Mi piacerebbe esserci quando Haydeé Arteaga, ultraottantenne, intratterrà il pubblico con i suoi cuentos del patio...
E' da tanto tempo che nelle cucine cubane pentole a pressione e pentole elettriche per cucinare il riso sono diventate un bene di lusso. Chi non poteva permettersi di spendere venticinque dollari per comprare una pentola a pressione vera in una "shopping" doveva accontentarsi di tenere in vita il proprio residuato di fabbricazione russa o cinese, usando un coltello per tenere chiuso il coperchio.
L'alternativa, come sempre, era il mercato sommerso. L'inventiva cubana aveva risolto il problema delle massaie mettendo sul mercato pentole a pressione artigianali costruite riciclando stoviglie da forno. Prezzo: intorno ai sei dollari.
Naturalmente, il comandante Fidel Castro non era all'oscuro del problema e qualche giorno fa ha trovato la soluzione e l'ha comunicata al popolo cubano con un discorso di sole cinque ore. Le pentole a pressione vere tornano sul mercato calmierato, quello che funziona con la libreta, a partire da aprile. Comprare le nuove pentole sarà anche un gesto altamente rivoluzionario perché significherà risparmiare energia (se il coperchio tiene bene si cucina in metà tempo) e non alimentare il mercato nero.
Da aprile, dunque, la battaglia rivoluzionaria si vincerà con i fagioli neri.
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Hace muchisimo tiempo en las cocinas cubanas las ollas a presión y las arroceras se han convertido en un lujo desaparecido. Quien no podía alcanzar los veinticinco dolares para comprar una olla a presión de verdad en una "shopping" tenía que conformarse tratando de mantener en vida su residual de fabricación rusa o china, usando un cuchillo para cerrar la tapa.
En alternativa, como siempre, había el mercado negro. Los inventos cubanos resolvian el problema de las amas de casa vendiendo ollas a presión de factura artesanal, hechas reciclando vajillas para el horno. Precio: alrededor de seis dolares.
Natural: el comandante Fidel Castro no estaba a obscura del problema y pocos días atrás encontró la solución y la comunicó al pueblo cubano con un discurso de apenas cinco horas. Hay que volver a vender las ollas a presión de verdad en el mercado para cubanos, él de libreta, a comenzar del mes de abril.
Comprar las nuevas ollas va a ser también un acto altamente revolucionario porque significa ahorrar energia (si la tapa funciona bién se cocina en mitad del tiempo) y dejar de alimentar el mercado negro.
A partir de abril, entonces. la lucha revolucionaria se ganará con los frijoles negros.
La notizia che mi è stata segnalata è di quelle che fanno un po' male a chi crede e pratica la Ocha con sincerità e cuore. Che la Santeria sia diventata per molti una fonte di profitto non proprio onesto è cosa tristemente nota a tutti i praticanti (e non solo). Ma la notizia riportata dal Miami Herald è un altra bordata pesante alla credibilità di una pratica religiosa già fin troppo esposta alle accuse di settarismo, di magia nera, di pratiche illecite, di satanismo e chissà che altro.
C'è a Miami un certo Montoya che definisce se stesso Maximo Sacerdote General, inventandosi un rango del tutto inesistente nella gerarchia della Ocha. L'Ilé (casa tempio) di Montoya negli ultimi cinque anni ha registrato un incremento dei fedeli da poche decine a duemilacinquecento. Miracoli? Guarigioni? Apparizioni? No, permessi di viaggio a Cuba pagati fior di dollari.
Sì perché se l'amministrazione Bush ha ristretto ulteriormente le possibilità di visitare l'isola per gli esuli negli Stati Uniti, portandole da tre a una all'anno o anche meno, l'inventiva cubana non si è fatta cogliere impreparata. I motivi religiosi sono, infatti, una delle ragioni per cui vengono rilasciati i permessi di viaggio con una certa facilità e senza limiti di frequenza. A farne richiesta non sono i privati cittadini, ma le associazioni religiose ufficialmente riconosciute. Sta di fatto che molte di queste associazioni sono in realtà vere e proprie agenzie viaggi, che spostano diverse migliaia di esuli cubani da una parte all'altra del Nord Atlantico diverse volte all'anno. Tutti santeri? Improbabile. Il traffico di religiosi ha insospettito anche qualche ufficiale del governo degli Stati Uniti, ma pare che contro la libertà di religione ci sia poco da fare.
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La noticia que me han señalado es de las que duelen un poco para quien cree y practíca la Ocha con sinceridad y corazón. Es tristemente conocido por todos los fieles (y no solo) el hecho que la Santeria se haya convertido para muchos una fuente de provechos no propiamente honestos. Pero la noticia referida por el Miami Herald es otro duro golpe a la credibilidad de una religión que ya está demasiado expuesta a las acusaciones de sectarismo, de mágia negra, de prácticas ilegales, de satanismo y quien sabe que más.
En Miami vive un tal Montoya que se autodefine Maximo Sacerdote General, inventando un título totalmente inexistente en la gerarquia de la Ocha. El ilé (casa templo) de Montoya en los ultimos cinco años registró un incremento de fieles desde pocas docenas hasta dosmilquinientos. ¿Milagros? ¿Curaciones? ¿apariciones? Nada de esto: permisos de viaje a Cuba bien pagados en dolares.
Esto porque mientras la administración Bush ha reducido ulteriormente las posibilidades de visitar la isla para los prófugos en Estados Unidos, bajándola de tres a una al año o menos, la capacidad de inventar de los cubanos no se dejó encontrar impreparada. Los motivos religiosos son una de las razones por las cuales se conceden permisos de viaje con cierta facilidad y sin límites de frecuencia. Los síngulos individuos no pueden pedirlos pero sí las asociaciones religiosas oficialmente reconocidas. De hecho, muchas de estas asociaciones son en realidad verdaderas agencias de viaje que mueven algunos millares de prófugos cubanos de un lado a otro del Norte Atlantico, muchas veces al año.
¿Todos santeros? Poco probable. El tráfico de religiosos ha levantado sospechas hasta en algunos oficiales governativos de EEUU, pero parece que contra la libertad de religión hay poco para hacer...
Quando si parla di Cuba spesso si tende a ridurre la sua storia al processo rivoluzionario che rovesciò il regime di Batista e instaurò la Repubblica socialista di Castro. Mezzo secolo di storia che non rende giustizia al passato di quest'isola, davvero peculiare nel panorama delle ex-colonie europee in tutto il mondo.
Il 24 febbraio è un ottimo pretesto per ricordare un altro capitolo fondamentale della storia cubana, totalmente ignorato dai libri di storia europei, ma importante per ciò che rappresentò non solo all'interno dell'area caraibica, ma anche per i riflessi che ebbe sulla storia spagnola di fine Ottocento.
Esattamente 110 anni fa, infatti, Cuba si ribellò per la seconda volta alla nazione colonizzatrice dando inizio a una guerra di liberazione che divenne esempio per tutte le battaglie di liberazione che seguirono, in particolare per il processo rivoluzionario del 1959.
Quella del 1895 non fu solo la guerra di indipendenza del popolo cubano, fu anche il terreno in cui si svilupparono il pensiero e le teorie di grandi uomini come José Marti e Antonio Maceo che tanto hanno ispirato le continue battaglie di liberazione che tuttora infiammano il centro e il sud America.
...
Cuando se habla de Cuba se acostumbra reducir su historia al proceso revolucionario que derribó el regimen de Batista y estableció la República socialista de Castro. Medio siglo de historia que no da justicia al pasado de la isla, un pasado realmente peculiar dentro del panorama de la ex-colonias europeas en todo el mundo.
El 24 de febrero es un buen pretexto para recordar otro capitulo fundamental de la historia cubana, totalmente ignorado por los textos de historia en Europa, sin embargo muy importante para lo que representó no solamente dentro del area caribeña sino también para los reflejos que tuvo en la historia de España de fin de siglo diecinueve.
Hacen exactamente 110 años, Cuba se levantó por segunda vez contra la nación colonizadora empezando una guerra que sirvió de ejemplo para todas las luchas de liberación que siguieron, en particular el proceso revolucionario de 1959.
La de 1895 no fue solamente la guerra de independización del pueblo cubano, fue también la base sobre cual se desarrollaron el pensamiento y las teorias de hombres de la estatura de José Martí y Antonio Maceo, que fueron de inspiración para las continuas luchas de liberación que hasta hoy enflaman el centro y el sur de America.
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